Ermal Meta: «Le canzoni sono verticali, abbattono i muri. A Sanremo porto un popolo senza voce»
Non è un ritorno all’Ariston come gli altri per Ermal Meta. Alla 76ª edizione del Festival di Sanremo, l’artista porta in gara un peso specifico diverso
Ermal Meta: «Le canzoni sono verticali, abbattono i muri. A Sanremo porto un popolo senza voce»
Non è un ritorno all’Ariston come gli altri per Ermal Meta. Alla 76ª edizione del Festival di Sanremo, l’artista porta in gara un peso specifico diverso
Ermal Meta: «Le canzoni sono verticali, abbattono i muri. A Sanremo porto un popolo senza voce»
Non è un ritorno all’Ariston come gli altri per Ermal Meta. Alla 76ª edizione del Festival di Sanremo, l’artista porta in gara un peso specifico diverso
Non è un ritorno all’Ariston come gli altri per Ermal Meta. Alla 76ª edizione del Festival di Sanremo, l’artista porta in gara un peso specifico diverso, complice una novità personale che ha ridefinito radicalmente il suo sguardo sul mondo: «Il fatto che sia il mio primo Sanremo da papà cambia qualcosa», ammette, confessando con una sincerità disarmante che «mi sarebbe sembrata una cosa “cringe” da dire se l’avessi ascoltata da fuori, però il fatto di provarlo e di viverlo mi fa sentire strano in maniera diversa. È come se ci fosse un grado di responsabilità in più, anche semplicemente per il modo di sostenere poi quella settimana, di sostenere il palco».

Quella responsabilità si è cristallizzata in “Stella stellina”, nato in un quarto d’ora nel buio dello studio di casa da un cortocircuito emotivo violentissimo. Da una parte la dolcezza di una melodia improvvisata per la figlia Fortuna («Lei dice sempre “papi musica, musica”, devo sempre avere qualcosa da strimpellare per lei»), dall’altra la brutalità delle immagini censurate che scorrono sullo schermo di uno smartphone. «Mi ricordo lo sguardo di questa bambina di Gaza che mi ha trafitto in maniera rilevante», racconta Meta. «Dopo che mia figlia si è addormentata, sono sceso in studio e mi sono ritrovato a cantare quella melodia che avevo inventato per lei, ma con parole e intenzioni diverse, perché davanti agli occhi avevo quello sguardo visto poche ore prima».
Il risultato è una ninna nanna che affonda le radici nella tradizione popolare, caratterizzata da una struttura circolare «che non si chiude mai, perché l’ultima misura corrisponde quasi con la prima». Il brano è dedicato a «una bambina senza nome che appartiene a un popolo senza voce, un popolo sulla bocca di tutti ma dimenticato». È una scelta coraggiosa, che evita deliberatamente la parola “guerra” per una sua precisa presa di posizione semantica e politica: «Lì non è una guerra, perché la guerra prevede due eserciti. Le parole formano il mondo; se non usiamo la terminologia corretta, raccontiamo la realtà in modo sbagliato. Non volevo usare la parola Gaza perché non volevo circoscrivere il racconto: l’ispirazione è un fascio di luce che poi si scompone, come nella copertina di “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, e va a toccare tragedie ovunque ce ne siano, dall’Ucraina all’Africa».

Questa visione si fonda su una teoria profonda circa la natura stessa della musica e il suo ruolo nella società: «Le canzoni sono temute perché sono verticali», spiega Ermal con lucidità. «Riescono ad abbattere i muri invisibili perché salgono o scendono con grande rapidità e profondità. È per il motivo contrario che durante le dittature venivano bruciati i libri: i libri hanno uno sviluppo orizzontale, attraversano i muri e diffondono idee. Ma le canzoni sono un’altra cosa: basta una melodia a svegliare qualcosa. La ripetizione ossessiva di una melodia ti fa entrare in uno stato di trance, perdi i confini di te stesso e percepisci la realtà diversa intorno a te. La musica ha un potere straordinario».
Consapevole di muoversi non al riparo da polemiche, Ermal rivendica il dovere assoluto del cantautore di non filtrarsi mai: «Un conto è se ti mettono una museruola, un conto è mettersela da soli. Io non me la metto», afferma deciso. «Quando ti esponi, devi essere in grado di difendere quello che fai. La Costituzione mi garantisce il diritto di parola e io lo voglio utilizzare». E anche sull’ipotesi Eurovision ha le idee chiarissime: nessun boicottaggio in caso di vittoria. «Sarebbe come non fare l’ultimo passo. Ci sono tanti modi per protestare – il silenzio, voltare le spalle – ma c’è anche andare lì e cantarla da ancora più vicino. Perché è nel silenzio che prosperano certe cose».
“Stella stellina” è anche il cuore pulsante di “Funzioni Vitali”, il sesto album di inediti in uscita il 27 febbraio 2026. Un lavoro che segna un’evoluzione sonora importante, affidata anche alla visione di Dardust. «Quando ho scritto il pezzo, gli avevo fatto un vestito estremamente organico, sembrava quasi una roba da Goran Bregović», ricorda Ermal sorridendo. «Ho pensato che non fosse giusto, volevo che apparisse una cosa di oggi, moderna, non una storia del passato. Dario (nome di Dardust ndr) ha una mente diversa da tutti gli altri, ha fatto un “level up” pazzesco». La collaborazione proseguirà anche sul palco dell’Ariston nella serata delle cover, dove i due porteranno una versione inedita e “alla Dardust” di “Golden Hour” di JVKE, un brano da un miliardo di stream che Meta ha voluto fortemente per la sua modernità.

Il disco è un mosaico di riflessioni sul tempo, inteso spesso come “inganno”: «Il passato è come un buon consiglio dato da una persona non attendibile: sei sempre tu, ma non sei più lo stesso. Il passato cambia a seconda di quello che decidi di mettere in risalto oggi». Un concetto che si lega alla difficoltà di educare le nuove generazioni in un presente incerto: «Se l’avessi saputo prima mi sarei premunito», riflette amaro ma consapevole. «Coi figli adolescenti ci provi, ma due volte su tre la risposta è “ma che ne sai tu?”. Poi però mi ricordo che a 18 anni rispondevo allo stesso modo. L’importante è togliere loro i limiti emotivi, le paure di sperimentarsi».
Tutto questo vissuto si traduce visivamente nella copertina dell’album, un’opera densa di simboli che Ermal descrive con cura maniacale: c’è un divano consunto che rappresenta il tempo che consuma tutto («Siamo noi che cambiamo, il passato resta lì»); un orologio fermo alle 2:11, l’ora esatta in cui è nata sua figlia Fortuna; una penna e una rosa, oggetti che «possono trafiggere allo stesso modo, ma la scrittura praticata con delicatezza può perdurare nel tempo»; legno e corde che diventano musica solo grazie al tocco umano; un cavo che simboleggia l’innovazione e il futuro; e la camicia della sua compagna, a celebrare l’elemento femminile («Sono stato cresciuto dalle donne ed è la cosa più bella che mi sia successa»).
Tra l’emozione per l’incontro istituzionale con il Presidente Mattarella – vissuto con l’ansia tipica di chi teme l’aura del potere («Sono stato male due ore prima di incontrare il Papa, mentre a cena con Thom Yorke ero tranquillo, eppure lui è il mio Cristo personale!»), ma con la gratitudine verso chi «ha dato dignità e una spina dorsale al Paese» – e i progetti futuri che lo vedranno impegnato come Maestro Concertatore della Notte della Taranta («Sarà un lavorone, lì la tradizione è identitaria, c’erano 80.000 persone alle prove generali!») e poi in tour nei club a maggio per ritrovare il contatto fisico con il pubblico, Ermal Meta ribadisce che la sua fede resta saldamente ancorata nell’umanità.
«Per me l’altro è importantissimo», conclude. «Come uomo trovo compimento nell’altro, trovo assoluzione, perdono e corrispondenza. L’altro è una parte di me, siamo inscindibili. Se dici “umanità” e poi pensi alle guerre viene da perdere la fede, ma io credo nella capacità dell’essere umano di rigenerarsi. Perché una cosa è certa: finché vivremo passivamente tutto quello che accade, la nostra sopravvivenza sarà messa seriamente a rischio».
di Federico Arduini
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- Tag: Musica italiana, sanremo2026
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