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“Finché un cuore batte c’è speranza”: William Imola racconta “Balla”

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con William Imola dopo l’esperienza al San Marino Song Contest al fianco di Edward Maya

William Imola

“Finché un cuore batte c’è speranza”: William Imola racconta “Balla”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con William Imola dopo l’esperienza al San Marino Song Contest al fianco di Edward Maya

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“Finché un cuore batte c’è speranza”: William Imola racconta “Balla”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con William Imola dopo l’esperienza al San Marino Song Contest al fianco di Edward Maya

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Pochi progetti raccontano bene chi è davvero William Imola quanto “Balla”, il nuovo capitolo della sua collaborazione con Edward Maya. Se il DJ e producer rumeno porta in dote lo status di hitmaker globale – quello di “Stereo Love”, per intenderci – Imola arriva a questo brano con un vissuto molto più stratificato: chef di formazione, attore per cinema e tv, cantante che ha trasformato il sogno interrotto del padre in una missione personale. “Balla” nasce esattamente in questo punto d’incrocio, dove fede, determinazione e voglia di leggerezza convivono: un inno di speranza travestito da pezzo pop dance, pensato per far muovere il corpo ma soprattutto per ricordare che, finché un cuore batte, c’è sempre una possibilità di ripartenza. Un brano presentato alla finalissima del San Marino Song Contest 2026 per portare su quel palco una storia di resilienza, contaminazioni artistiche e crescita: dal ragazzo che cantava in piazza vestito da chef all’artista che oggi si misura con una produzione internazionale, senza perdere di vista il motore originario di tutto. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con William per conoscere meglio l’origine di questa canzone e l’emozione di un palco come quello del San Marino Song Contest

Anzitutto, come nasce questa canzone e soprattutto questa collaborazione?
La collaborazione tra me ed Edward Maya nasce, chiamiamolo così, per un fatto “divino”. Noi siamo molto credenti: la prima volta che ci siamo visti lui mi ha detto “innanzitutto io credo in te, nel fatto che sei molto giovane, e voglio darti una mano”. Sentirselo dire da un artista che ha portato una hit mondiale in classifica Billboard è stata una cosa molto bella. Mi ha anche detto che si era sentito un segno divino, e io credo molto in queste cose, quindi sono convinto che sia andata davvero così. Poi ovviamente non tutti sono credenti, però noi abbiamo questa cosa che ci accomuna, la fede, ed è sicuramente uno dei fattori principali del nostro incontro.

E “Balla”, invece, da dove prende forma?
“Balla” nasce con l’idea di lanciarla a livello mondiale, ma soprattutto con un messaggio preciso: divertimento e felicità, in un momento storico molto difficile, anche per via della guerra. Abbiamo cercato semplicemente di lanciare un inno di speranza, per provare a sconfiggere i momenti brutti proprio attraverso il divertimento, la felicità, la voglia di lasciarsi alle spalle ciò che fa male. E secondo me è bello che oggi esistano ancora canzoni con questo tipo di messaggio, perché ogni tanto serve un po’ di leggerezza, anche cantata così, con brani che possono diventare tranquillamente un’ottima colonna sonora su una pista da ballo o in discoteca.

Nella canzone torni spesso sull’immagine del cuore.
Sì, il messaggio di “Balla” ruota proprio intorno al cuore. Sul palco di San Marino sono salito con un cuore disegnato sulla testa: il barbiere me l’ha rasato e poi l’abbiamo colorato di rosso. Alla fine dell’esibizione ho lanciato il messaggio che finché un cuore batte c’è speranza. Era inteso come messaggio d’amore, legato alla canzone, e mi piaceva dirlo proprio così, perché me lo sentivo addosso, dal cuore. In fondo “Balla” nasce per questo motivo: è un inno di speranza.

Come è stata, invece, l’esperienza al San Marino Song Contest? Peraltro era la tua prima volta lì, quindi immagino una bella emozione.
È stata un’esperienza bellissima ma anche difficile. Durante le prove abbiamo avuto qualche problema con l’audio e salire su quel palco come quello per la prima volta in una competizione così importante è stato tosto: avevo il cuore in gola. Cantare con quell’emozione, sapendo che ti stai confrontando con personaggi che hanno scritto la storia della musica italiana come si dice a Roma “è tanta roba”. Ti ripeto: è un’esperienza che porterò sempre dentro al cuore.

Un palco così, immagino, ti abbia dato vibrazioni diverse rispetto a tutto quello che avevi fatto finora.
Assolutamente sì. È un’esperienza unica, ma soprattutto un punto in più rispetto alle cose che ho fatto finora. Mettermi in gioco in una sfida del genere mi porterà sicuramente ad avere una motivazione ancora più forte. Da qui parto con l’idea di migliorare, crescere, diventare più forte, più bravo, in modo da poter padroneggiare sempre di più il palco. È un po’ come quando ho fatto i miei primi concerti davanti a un pubblico grande: si passa da 100 persone a 10.000 persone. La prima volta che sali su un palco così la “botta”, detta proprio così, la senti eccome, perché non sei abituato a vedere tutta quella gente. Poi però fai esperienza: c’è una prima volta, una seconda, una terza, una quarta… e inizi ad avere sempre più sicurezza. La stessa identica cosa è successa a San Marino: per me è un punto di partenza per analizzare dove posso migliorare e per avere quella sicurezza in più che ti serve, domani, per padroneggiare davvero il palco.

Giustamente hai sottolineato che, al di là della bellezza dell’esperienza, si trattava pur sempre di una gara. Mettersi a giudizio non è mai scontato.
Esatto. Se pensi che io sono partito da zero, con le mie umili forze, ho cercato semplicemente di realizzare quello che era il sogno di mio papà. Negli anni ’80 lui aveva provato a farsi conoscere come compositore e cantautore, ma per via dei problemi alle gambe non è riuscito a portare avanti quel percorso. Crescendo, ho voluto riprendere in mano il suo sogno. Considera che già a 7 anni mi aveva fatto appassionare alla musica: mi ha buttato sullo studio degli strumenti, la batteria in primis e ho avuto grandi insegnanti. L’approccio alla musica mi è stato trasmesso da lui. Andando avanti, ho sentito il bisogno di riprendere quel suo compito, il suo obiettivo e di dargli una soddisfazione che non aveva potuto prendersi. Credo di esserci riuscito: partire da zero e arrivare a San Marino, lavorando con uno dei produttori più grandi al mondo, Edward Maya, per me significava avere già vinto.

Una cosa che mi colpiva, studiando un po’ la tua storia è anche il fatto che nella tua vita non c’è solo la musica: c’è la recitazione e c’è l’universo da chef. Come fai a far convivere tutte queste anime?

Facciamo un passo indietro nel passato. Io nasco come chef: ho fatto la scuola alberghiera, ho studiato, ho lavorato tante stagioni. Quindi lo chef è il mio primo lavoro, ce l’ho proprio nell’anima. Crescendo, però, ho cercato di riprendere in mano anche il lato dello spettacolo. Mi sono ritrovato quasi per caso da comparsa a fare una figurazione speciale, quindi con un piccolo ruolo con battute, in una delle serie più viste in Italia, “Squadra Antimafia”. È successo perché un amico di mia sorella, che faceva le comparse, è venuto a casa e mi ha detto: “Sei un bel ragazzo, perché non ti iscrivi all’agenzia e provi anche tu?”. Io ho pensato “tanto non mi costa nulla, lo faccio per esperienza”, senza immaginare dove mi avrebbe portato.

E da lì cosa è successo?
Da lì si sono aperte strade. Il regista di “Squadra Antimafia” mi ha visto e mi ha detto: “Secondo me hai possibilità e talento per provare a fare questo mestiere, ma devi studiare”. Mi ha consigliato di fare teatro, una scuola, per capire se davvero poteva essere la mia strada. Ho frequentato Teatro Azione, poi il Conservatorio d’Arte Drammatica a Roma, La Scaletta. Piano piano mi sono costruito un percorso. In seguito mi hanno chiamato per il programma “Primo Appuntamento”: cercavano uno chef che in realtà fosse un attore e fingesse di fare lo chef. Io ho detto alla produzione: “Non serve fingere, io sono uno chef a tutti gli effetti”. E così sono diventato la figura dello chef per Real Time.

Quindi per un periodo hai convissuto con tutti questi ruoli.
Esatto. Ho convissuto con tutti questi ruoli perché lo chef mi appartiene da quando sono bambino, l’attore l’ho costruito studiando, provando, facendo esperienza, e la musica è arrivata durante la pandemia. In quel periodo ho iniziato a ragionare su come unire cucina e musica, creando la figura dello “chef cantante”. Prima della collaborazione con Edward Maya mi vestivo da chef e andavo a cantare nelle piazze, proprio vestito da chef, e questo personaggio funzionava tantissimo: era divertente, bizzarro, anche innovativo.

Poi però è arrivato l’incontro con Maya.
Quando è successo che ho sentito Edward Maya e abbiamo deciso di fare una collaborazione, mi sono reso conto che non potevo più associare quella figura così sopra le righe. Per quanto fosse divertente e forte come idea, non potevo presentarmi vestito da chef accanto a un personaggio di fama mondiale, con dischi in classifica Billboard. Quello che era stato fin lì il gioco di creare un personaggio nuovo ho dovuto un po’ smontarlo di fronte a una collaborazione di questo calibro, di questa importanza. Per non perdere l’occasione mi sono, tra virgolette, reinventato: sono tornato un po’ alle origini, cercando di costruire un personaggio più semplice, più diretto, che è quello che si vede oggi e che ho portato sul palco del San Marino Song Contest come Guida Mimola, cantante.

È bello perché, nonostante tutte queste contaminazioni, nella tua carriera c’è un filo rosso chiaro che tiene insieme tutto.
Sì, il filo rosso sono io, ma non è stato facile. Ho trovato parecchie difficoltà nel portare avanti più cose contemporaneamente. Quando parliamo di un personaggio – in questo caso William Imola – bisogna dargli un’identità. Se parli con 100 persone e 40 ti dicono che fai lo chef, 30 che fai l’attore e le altre che fai il cantante, alla fine il punto interrogativo rimane: “Ma Guida chi è?”. Ho dovuto lavorare su questo, togliendo qualcosa. Ho ragionato sul fatto che lo chef è un lavoro che ho dentro, che posso fare sempre, per tutta la vita: posso aprire un ristorante, posso gestirlo, lo porterò sempre con me. L’attore e il cantante, invece, hanno un tempo più limitato. Non puoi costruire una carriera artistica a qualsiasi età, all’infinito.

In tutto questo, che cosa ti ha lasciato un incontro come quello con Gigi Proietti?
È stato uno dei privilegi della mia vita. Ho avuto modo di condividere dei momenti con lui, e mi ha trasmesso diverse cose. Una delle frasi che ricordo di più è: “Ricordati che nella vita non si può piacere a tutti. Chi vuole fare questo mestiere cresce sia dalle cose positive che dalle critiche, perché ci sarà sempre qualcuno a cui non piaci o a cui non piace quello che fai”. È anche per questo che ti dicevo che la cosa importante era trovare un’identità chiara a questa figura, a questo personaggio, Guida Mimola. Ho dovuto abbandonare, almeno per adesso, la parte più visibile dello chef, perché cantare è una cosa che oggi viene prima. E sono convinto che l’esperienza di San Marino, come ti ho già detto, sarà un punto di partenza e soprattutto di crescita per la mia carriera artistica: per essere più forte, più consapevole e, domani, padroneggiare davvero il palco.

Prima di salutarti ti chiedo solo un’ultima cosa: a cosa stai lavorando adesso, qual è il prossimo step?
Adesso sto pensando di realizzare un feat su “Balla” con un DJ importante a livello italiano. Non posso ancora dire il nome, ma diciamo che c’è in ballo anche una cantante: le abbiamo fatto una proposta, stiamo aspettando una risposta. Sarebbe bello avere la sua voce in “Balla”, fare una versione nuova con lei, una versione estiva da lanciare nei prossimi mesi. Stiamo solo finendo di finalizzare alcune cose, ma sicuramente usciremo già con una nuova versione del brano e, se andrà in porto anche questa collaborazione, potrebbe essere davvero qualcosa di straordinario.

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