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title: "&#8220;In università non si boicotta&#8221;, parla il rettore del Politecnico Donatella Sciuto"
description: "Intervista a Donatella Sciuto, rettore dell'Università Politecnico di Milano, sulle vicende di boicottaggio di Israele, donne e Stem"
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date: 2024-06-05
modified: 2024-06-06
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/interviste/i-personaggi/intervista-a-donatella-sciuto-rettore-del-politecnico-di-milano/
categories: [I personaggi]
tags: [il personaggio, università]
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# &#8220;In università non si boicotta&#8221;, parla il rettore del Politecnico Donatella Sciuto

![Donatella Sciuto Polimi](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Evidenza-sito-6.jpg)

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2024-03-22 17:38:39

2024-03-22 16:38:39

La questione dei boicottaggi universitari nei confronti di Israele sta assumendo in Italia contorni di inaudita gravità

La questione dei boicottaggi universitari nei confronti di Israele, attraverso lo stop alle collaborazioni accademiche, sta assumendo in Italia contorni di inaudita gravità.

All’Università di Torino hanno deciso di porsi a ‘all’avanguardia’ in questa corsa all’inciviltà e alla negazione di ogni principio connesso alla vita universitaria. Ispirata, per sua stessa natura, al confronto fra le idee, alla sintesi fra le posizioni anche più distanti fra loro. Negare diritto di cittadinanza in un’università non a una politica o a un governo – che più se ne stanno lontani dagli atenei e meglio ci sentiamo – ma a una cultura, a un popolo, a un sentimento è aberrante.

All’Università di Torino, da quello che leggiamo e ascoltiamo, è rimasta soltanto una manciata di professori pronti a prendere posizione pubblica contro l’idea del boicottaggio a Israele. Non perché si debba sostenere la politica di Benjamin Netanyahu, che era un disastro ben prima dell’angosciante giornata del 7 ottobre, ma perché qui si tratta di non tradire sé stessi. Di non sostituire all’ansia di conoscenza e comprensione la voglia di erigere muri. Si badi, da quelli ideali ai quelli materiali il passo è sempre stato drammaticamente breve nella storia dell’uomo.

Se cominciamo a edificare barriere ideologiche in un’aula universitaria parlando a dei ventenni – educandoli in qualche misura alla cultura dell’esclusione o, parimenti, subendone passivamente qualsiasi pulsione di ‘moda’ – imboccheremo la strada verso gli inferi dell’odio. Dell’incapacità di distinguere fra una democrazia e un movimento come Hamas, ispirato dalla teocrazia iraniana. Un luogo della Terra, cari ragazzi, dove si muore per una ciocca di capelli mal pettinata.

Se non ci ribellassimo verremmo meno al nostro diritto-dovere alla conoscenza, all’approfondimento, alla dialettica fra le idee che hanno bisogno di germogliare e rafforzarsi proprio in ambienti come le università. Se non lì, dove possiamo costruire una coscienza comune in grado di rispondere alla cultura della divisione e alla politica della distruzione?

È angosciante ciò che sta accadendo all’Università di Torino ed essere ‘filo israeliani’ in questo caso non c’entra nulla. Perché oggi tocca a Israele – in ossequio a vecchie ideologie morte e sepolte, ma sempre pronte a riemergere come zombie – ma domani potrebbe toccare a noi o a una parte di noi. Se c’è qualcosa che ha contraddistinto la cultura occidentale dalla notte dei tempi (pur con tutte le spaventose cadute) è stata la purissima ansia di conoscenza. Da quando degli uomini sulle rive dell’Asia minore cominciarono a porsi domande sui perché del mondo e dell’esistenza la nostra evoluzione è stata segnata dalla curiosità, dalla capacità di ascoltare, assorbire, apprendere ciò che apparentemente si mostrava alieno. Il peggio l’abbiamo dato ogni volta che ci siamo chiusi e abbiamo ceduto alle teorie dell’esclusione e della superiorità di questo o di quello. Assaggiando il peso dell’orrore.

Resta un mistero doloroso come si possa replicare un simile errore nel luogo che nasce per aprire la mente e indurre i più giovani a coltivare il dubbio come motore della crescita dell’individuo e della società. No, non è solo una questione dell’Università di Torino o di chi contesti in qualsiasi scuola o ateneo. È la mancanza del senso del limite a spaventare.

di Fulvio Giuliani

Le università che boicottano Israele

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2024-03-22 20:48:24

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2024-02-01 17:00:14

2024-02-01 16:00:14

L’11 febbraio è la Giornata internazionale delle donne e ragazze nella scienza per sensibilizzare sul loro ruolo preziosissimo e abbattere le barriere di genere

Le donne rappresentano circa la metà dei laureati in Europa ma nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) la situazione cambia radicalmente: sono pochissime e abbandonano progressivamente la carriera accademica, arrivando a costituire appena il 33% della forza lavoro e soltanto il 26% dei professori ordinari. Negli ultimi dieci anni il loro numero sul totale degli iscritti non è mai cresciuto. È quanto emerge dal Rapporto Anvur 2023, che evidenzia come il problema non sia soltanto una questione di attitudine.

L’11 febbraio è la Giornata internazionale delle donne e ragazze nella scienza per sensibilizzare sul loro ruolo preziosissimo e abbattere le barriere di genere. Ne parliamo con Monica Zoppè, ricercatrice e direttrice di SciVis (Scientific Visualization) presso l’istituto di BioFisica del Consiglio nazionale delle ricerche a Milano. «Lo spazio nella scienza c’è, il problema è che se lo prendono gli uomini: i laboratori sono pieni di donne ma non è lo stesso per gli uffici dirigenziali» osserva Zoppè. Le pochissime di loro che raggiungono i vertici non sempre sono impegnate nella causa femminista: «Sono scienziate molto brave che però faticano ad ammettere pubblicamente che i colleghi uomini sono arrivati al loro stesso livello con molta meno fatica e meno competenze» aggiunge la ricercatrice, che fa parte dell’associazione Donne&Scienza fondata nel 2003 da un gruppo di esperte unite per combattere i pregiudizi che limitano la presenza delle donne nel settore.

Per Zoppè – laureata in Biologia a Milano nel 1987 dopo essersi innamorata della natura durante un viaggio in Amazzonia – il problema è antico: «Oggi si coltiva ancora il mito dello scienziato geniale che, grazie alla sua intelligenza superiore, riesce a inventare qualcosa di nuovo ed eclatante. La scienza però funziona soprattutto a piccoli passi: tante persone per piccoli contributi. È un modello attraente per chi pone al centro il proprio prestigio, ma sono frequenti ancora oggi i casi in cui alcune scoperte vengono attribuite a chi se ne appropria e non sempre in modo corretto». Un esempio pratico? «La decisione sul nome che deve comparire per primo fra quelli degli autori di una pubblicazione è frequente causa di discussione. In molti casi le donne preferiscono lasciar perdere per evitare litigi piuttosto che insistere. Questo però porta delle conseguenze: per esempio nei concorsi o negli inviti alle conferenze. È anche così che si alimentano le differenze».

Un problema non soltanto italiano confermato dalle sue esperienze all’estero, per esempio al Salk Institute di La Jolla (Usa): «C’è ancora molta strada da fare per arrivare a un modello di normale rispetto e inclusione per tutti, in primis per le donne». La famosa fuga dei cervelli, dunque? «È un falso problema, secondo me: la scienza è un’impresa dell’umanità e non dovrebbe essere vista come una gara fra nazioni. Ben venga la possibilità di fare esperienze altrove, per lo più se poi vengono redistribuite quando si torna. Quel che più manca è lo scambio: passare qualche anno all’estero ma anche accogliere qui da noi studiosi di altre parti del mondo, cosa che purtroppo ancora non succede» sottolinea. Dopo anni di esperienza e abnegazione sul lavoro, Monica Zoppè dà un consiglio alle giovani scienziate del futuro: «Non lasciatevi scoraggiare: potete fare tutto quello che volete. Ci sono moltissime donne più grandi ed esperte disponibili ad aiutarvi a superare ogni difficoltà».

Di Raffaela Mercurio

Donne e scienza, parla Monica Zoppè

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2024-02-01 17:01:02

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