LDA e Aka7even: “Dopo esser stati presi a Sanremo abbiamo scritto il disco in 16 giorni”
LDA e Aka 7even arrivano per la prima volta insieme sul palco dell’Ariston con “Poesie Clandestine”, e l’impressione è che la notizia non sia la coppia, ma la naturalezza
LDA e Aka7even: “Dopo esser stati presi a Sanremo abbiamo scritto il disco in 16 giorni”
LDA e Aka 7even arrivano per la prima volta insieme sul palco dell’Ariston con “Poesie Clandestine”, e l’impressione è che la notizia non sia la coppia, ma la naturalezza
LDA e Aka7even: “Dopo esser stati presi a Sanremo abbiamo scritto il disco in 16 giorni”
LDA e Aka 7even arrivano per la prima volta insieme sul palco dell’Ariston con “Poesie Clandestine”, e l’impressione è che la notizia non sia la coppia, ma la naturalezza
Otto anni senza “prima donna”, due caratteri diversi e due strade artistiche che non hanno mai avuto bisogno di pestarsi i piedi per incrociarsi: LDA e Aka 7even arrivano per la prima volta insieme sul palco dell’Ariston con “Poesie Clandestine”, e l’impressione è che la notizia non sia la coppia, ma la naturalezza con cui quel “noi” esiste già da tempo. “In otto anni non abbiamo mai litigato… nessuno vuole fare la prima donna”, ripetono, e in un Festival che tende a trasformare tutto in competizione quella frase suona come una scelta di metodo prima ancora che di stile.
Il progetto nasce nel modo più poco sanremese possibile: non in un brainstorming, ma in casa, nel tempo morto che arriva dopo i concerti. “Dopo il tour estivo eravamo a casa, a Roma, per rilassarci e scherzare… abbiamo detto al nostro produttore: ‘Porta il pc, non si sa mai’”, raccontano: un gesto da ragazzi, quasi da ‘vediamo che succede’, finché una session partita “per ridere” non cambia temperatura. “A un certo punto abbiamo sentito che c’era qualcosa di serio nell’aria”, dicono, ed è lì che “Poesie Clandestine” smette di essere un esperimento e diventa una direzione. Il resto, coerentemente, accelera: “L’abbiamo preparato in 16 giorni”, spiegano, riferendosi al disco omonimo in uscita il 6 marzo, nato “senza barriere”, con la verità davanti e l’idea di amore come tema centrale, non come posa.
La cosa interessante è che il punto d’incontro non passa dalla somiglianza. “Io sono più r&b, Luca è urban, ma insieme è uscito questo progetto”, dice LDA: qui la coppia non cancella i percorsi solisti, li mette in pausa per far nascere un terzo suono. Aka 7even la mette su un piano quasi affettivo: “Viviamo insieme… stiamo insieme da tanto tempo, ci conosciamo da anni”, e in quell’idea di convivenza (con autori e produttori) c’è una piccola metafora del disco: condividere spazi, abitudini, e quindi anche canzoni.
Dentro questo capitolo nuovo pesa moltissimo Napoli, non come etichetta ma come rivendicazione culturale. LDA lo dice senza girarci intorno: “Nel mio progetto solista avevo usato solo una frase in napoletano, questa è la prima volta che lo tocchiamo davvero… era arrivato il momento”. E aggiunge un passaggio che vale più di mille discorsi sull’identità: “Io parlo napoletano… come disse Geolier, quando parlo in italiano mi sforzo: è la verità”. Loro lo inseriscono anche in un discorso più largo sul momento della musica campana: “È una rivincita per Napoli e la Campania… all’inizio non si poteva nemmeno parlare napoletano a Sanremo”, spiegano, legando il cambio di clima a una percezione della città che per anni è stata raccontata “solo” nel suo lato negativo. Aka 7even rincara con un episodio personale, piccolo e bruciante: racconta che, dopo “Amici”, a Milano “il tassista sentì il mio accento e non parlò più” per tutto il viaggio, e lo usa come misura di quanto — oggi — qualcosa si sia spostato davvero.
C’è poi un altro filo che attraversa il progetto e che spesso, nel pop di oggi, resta sullo sfondo: Dio. Aka 7even lo porta in primo piano con una storia che spiega perché per lui non sia una posa: “Da bambino sono stato in coma sette giorni per un’encefalite fulminante… vado in chiesa, prego con Dio, ma non cerco di inculcare niente a nessuno”. LDA si riconosce in quella dimensione intima ma prende le distanze dall’istituzione: “Anch’io sono credente, ma non praticante… non credo nella Chiesa come istituzione. La religione deve essere una cosa tua”.
A Sanremo, insomma, ci arrivano con una parola che torna spesso nelle loro frasi: fame. LDA la riassume così, mettendo insieme privilegio e disciplina: “Io sono nato in un contesto fortunato… ma ho una fame che a parole non si può spiegare”. E nel loro realismo c’è anche un modo sano di stare dentro le aspettative: “Non ce lo siamo mai posto il problema” dell’Eurovision, scherzano, “possiamo vincere solo il Fantasanremo”, mentre l’obiettivo resta un altro, più difficile e più serio: “Speriamo che il nostro brano duri nel tempo”.
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- Tag: musica, sanremo2026
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