Nigiotti, tra Sanremo 2026 e il nuovo album: “Sono un maledetto innamorato della vita”
Enrico Nigiotti torna a Sanremo con il brano “Ogni volta che non so volare” in attesa del nuovo disco “Maledetti innamorati”: “L’inizio di un nuovo percorso”
Nigiotti, tra Sanremo 2026 e il nuovo album: “Sono un maledetto innamorato della vita”
Enrico Nigiotti torna a Sanremo con il brano “Ogni volta che non so volare” in attesa del nuovo disco “Maledetti innamorati”: “L’inizio di un nuovo percorso”
Nigiotti, tra Sanremo 2026 e il nuovo album: “Sono un maledetto innamorato della vita”
Enrico Nigiotti torna a Sanremo con il brano “Ogni volta che non so volare” in attesa del nuovo disco “Maledetti innamorati”: “L’inizio di un nuovo percorso”
Il palco dell’Ariston è sempre un’emozione, anche per chi non lo calca per la prima volta. Per Enrico Nigiotti, che a Sanremo torna con “Ogni volta che non so volare”, il Festival è soprattutto un nuovo inizio. Il brano è un inno a un amore universale, capace di accogliere le fragilità e di tenere insieme le persone nei momenti in cui “non sappiamo volare”, quando cadere è inevitabile e rialzarsi è possibile solo grazie a chi resta. Un messaggio semplice e diretto, che invita a riscoprire autenticità in un mondo in cui «sembra quasi che devi per forza saper volare, essere in cima, far vedere il successo per forza, come se esisti solo se hai tanto».
“Ogni volta che non so volare” è una canzone senza ritornello, scelta coraggiosa in un contesto come Sanremo: «È un flusso di coscienza» dice Nigiotti. «Non ho mai sentito il bisogno di farci un ritornello o di mettercelo per forza. A Sanremo, che è la patria dei ritornelli, qualcuno mi ha detto che sono coraggioso, ma io penso che non ci stava: avevo detto tutto così, anche musicalmente. Quando l’ascolto è come se durasse un minuto, anche se ne dura tre, proprio perché non c’è qualcosa che si ripete. Ho scelto di andare con una canzone così perché per me è molto importante: non porto solo un brano, porto l’inizio di un percorso».
Quel percorso ha un nome preciso: “Maledetti Innamorati”, il sesto album in studio, in uscita il 13 marzo. Undici canzoni nate in due anni intensi, scritte tra Livorno, Milano e tanti viaggi in treno, in un tempo segnato da una trasformazione profonda: «È un disco che ho scritto in due anni, spesso lontano da casa, sui treni che mi portavano via e su quelli che mi riportavano indietro» racconta. «In questi anni sono stato più a Milano che a Livorno, soprattutto d’inverno. Portavo il lavoro in viaggio, scrivevo tanto in treno: quelle distanze, quelle mancanze – come vedere i miei figli un giorno e poi ripartire – sono uno “steroide del cuore”. Ti danno qualcosa in più per scrivere, ti fanno capire e metabolizzare meglio le cose».
La paternità è la lente attraverso cui tutto si rimette a fuoco. La nascita dei gemelli ha cambiato il modo di stare al mondo e di stare dentro le canzoni: «Io non ero una persona tranquilla, prima» ammette. «Quando sono nati i bimbi è come se mi fossi calmato, come se avessi ricevuto una sensibilità diversa. Non perché sono diventato più buono, ma perché certe cose le respiro in maniera diversa: anche una scena stupida di un film adesso la vivo in un altro modo. Tutti mi dicevano “vedrai, ora che diventi babbo perderai l’estro”, invece a me ha dato più colore, più respiro. Cammino meglio adesso e anche quando scrivo mi sento più forte: ho più parole per descrivere le stesse cose. I viaggi sono sempre quelli – la vita, l’amore, il tempo, le persone – ma cambia il punto di vista».
Dentro questa nuova prospettiva c’è anche un diverso rapporto con il fallimento e coi “no”. Nigiotti rivendica una maturità conquistata nel tempo, dopo tanti lavori e altrettante porte chiuse: «A me è capitato a trent’anni di cominciare a vivere di musica» dice. «Ho vissuto più tempo non vivendoci. Ho sempre scritto alla mia maniera, senza inseguire quello che funzionava. A volte mi è andata molto bene, altre no: ci sono canzoni che non sono state capite, non sono state votate, non sono piaciute. Ma io non sono una canzone sola: sono tutte le canzoni che ho scritto e che scriverò. La carriera non è un giorno solo. Se un giorno un alimentari vende poco, ti dispiace, ma c’è sempre il giorno dopo. Io mi sento un po’ un alimentari, una bottega di quartiere».
Il titolo “Maledetti Innamorati” racchiude questo modo ostinato di stare al mondo: «Io credo di essere un maledetto innamorato» spiega. «Sono innamorato della vita, dei sogni, sono un sognatore. Come me lo sono in tanti. Se non fossi stato così, probabilmente sarei alle Canarie ad aprire un chioschino sulla spiaggia. Ho capito che l’unico “no” che ti può fermare è quello che dici tu a te stesso, non quello che dicono gli altri». Non è un caso che la parola che ha scelto per raccontarsi sia “toccare il fondo”, accompagnata da una frase di Alda Merini che cita spesso: «Quando sei farfalla nessuno si ricorda di quando strisciavi per terra e non volevi le ali». «Io credo che per risalire non si risalga mai da soli» dice. «Sono le persone che ti vogliono bene davvero che si sporcano con te quando sei nel fango, che vengono a riprenderti. A volte basta il pensiero dei loro occhi o della loro voce per farti risalire. È successo a me tante volte».
Per la serata della cover Nigiotti porterà sul palco con Alfa “En e Xanax” di Samuele Bersani: «Viviamo in un mondo in cui sembra che tu debba essere sempre al top» spiega. «In realtà io credo che dalle fragilità si possa imparare tanto: io mi sento forte proprio perché sono anche fragile. “En e Xanax” parla di problemi mentali, di ansia, ed è ancora molto attuale, soprattutto per i più giovani. Ed è raccontata dentro una canzone d’amore. Mi piaceva anche omaggiare un cantautore come Bersani, che secondo me ha avuto meno successo di quello che meriterebbe. Tutti pensano a “Giudizi universali”, ma anche questa canzone per me non è da meno. Con Alfa mi sento un ponte tra due generazioni: quella prima di me, Bersani, e quella dopo, Alfa. Spero che qualche ragazzo di 16–17 anni che non la conosce vada a scoprirla: la bellezza della serata cover è anche questa».
Intanto, mentre il mondo fuori resta «per tanti versi strano e anche brutto», Enrico prova a crescere come artista e come padre, cercando un equilibrio tra sogni e paure. Sanremo, in questo, è una tappa decisiva ma non schiacciante: «È sempre come andare a fare l’amore con la persona che ti piace: puoi averlo fatto altre volte, ma non diventa mai normale. C’è una magia e un’adrenalina diverse rispetto a qualsiasi altro palco. Io cerco di viverlo divertendomi: siamo lì a fare una cosa bella. Lo stress, le polemiche… non fanno per me, c’è il mare, c’è la discesa verso Sanremo, che è bellissima».
Ogni volta che non so volare, così, diventa più di un titolo: è la fotografia di un momento in cui ammettere di non saper volare non è una sconfitta, ma il primo passo per restare umani. E per affidarsi a chi ti tende la mano, anche solo attraverso una canzone.
di Federico Arduini
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- Tag: musica, Musica italiana
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