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title: "Non m&#8217;importa del woke, parla il comico Francesco Fanucchi"
description: "Caustico, onesto, dissacrante. Il comico lucchese Francesco Fanucchi torna in tour in giro per l'Italia con lo spettacolo \"Molto pop\"."
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/02/Francesco-Fanucchi.png
date: 2024-02-18
author: Massimo Balsamo
url: https://laragione.eu/interviste/i-personaggi/non-mimporta-del-woke-parla-il-comico-francesco-fanucchi/
categories: [I personaggi]
tags: [Italia, spettacoli]
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# Non m&#8217;importa del woke, parla il comico Francesco Fanucchi

![Francesco Fanucchi](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/02/Francesco-Fanucchi.png)

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2023-07-10 18:15:52

2023-07-10 16:15:52

Fair: The Foundation Against Intolerance & Racism. In America è ancora troppo presto per essere sia progressisti sia anti-woke

Scriveva Philippe Muray nel 1991, con grande lungimiranza: «Mai come oggi il bene è stato sinonimo di una condivisione così assoluta». E infatti oggi negli Stati Uniti d’America non resta che l’aut aut: da una parte il dogma della pseudo inclusività, che narcotizza la società civile a suon di cancellazioni culturali e paranoia da politicamente corretto; dall’altra la voragine trumpista, xenofoba, sovversiva – dunque il male, per definizione in negativo – che risucchia tutto ciò che viene frettolosamente respinto o bollato come nemico dal polo opposto. Nella terra della Third way ogni terza via s’è smarrita. È per questo che l’imprenditore Bion Bartning decise due anni fa di colmare il vuoto e istituire un ente che tutelasse le varie sfaccettature del pensiero moderato, ma senza vincoli di buonismo. Una creatura fino ad allora mitologica: sia progressista sia anti-woke.

Si chiama Fair e sin dal nome – The Foundation Against Intolerance & Racism – scimmiotta i sostenitori della “teoria critica della razza” che a furia di ortodossia hanno contribuito a ghettizzare il Paese. In soldoni: più s’ingrossano certi canali di wokeness (nella fattispecie, ritenere che l’intero sistema, dall’amministrazione alla giustizia, sia strutturato per danneggiare gli afroamericani), più i repubblicani alla Ron DeSantis gridano al pericolo dell’indottrinamento di massa. Fair vuole emanciparsi dai primi per togliere pretesti ai secondi. Dichiarandosi nonpartisan e pro-human, cioè a sostegno «delle singole individualità interconnesse nel vivere comune». È qualcosa di cui l’America sente il bisogno. E infatti l’iniziativa, sotto forma di organizzazione non profit, fa il botto: vi aderiscono intellettuali, attivisti, giornalisti, personalità del mondo accademico. In pochi mesi piovono donazioni per diversi milioni di dollari, vengono aperte 80 sezioni nazionali e Fair arriva a contare circa 35mila iscritti. Poi però si arena.

Professarsi anti-woke è un conto. Ma come esserlo? Dal 2021 a oggi la Fondazione non ha trovato il necessario consenso interno. Dividendosi in correnti e perdendo smalto in ogni sfera del dibattito, dalle discriminazioni sociali alle questioni sull’identità di genere – sembra quasi la storia del Pd. E alla fine è arrivato pure il ribaltone ai vertici, con Bartning messo ai margini di Fair. «Ci siamo politicizzati anche noi» ha ammesso il fondatore, intervistato a giugno dal settimanale “New Yorker” nel corso di un lungo reportage sulla vicenda. «I nostri donatori più facoltosi ci finanziano per ottenere un certo tipo di agenda: spesso estremizzandola a sinistra, facendo dimenticare le origini del progetto Fair». Che per ora resta un rebus, se non un’occasione persa. Per la gioia degli sceriffi della morale: Muray l’aveva chiamato “Impero del bene” anche perché è difficile da scalfire.

 

di Francesco Gottardi

Fair, progressisti anti woke

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2023-07-10 18:15:52

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19671

2023-05-10 17:03:54

2023-05-10 15:03:54

Intervista a Massimiliano Bruno, attore e regista, torna in scena al Teatro Parioli di Roma con "Lo stato delle cose"

Uno scrittore in crisi sta cercando un’idea per il suo nuovo spettacolo  e lotta costantemente con la paura di non avere più intuizioni. Un autore e una giovane assistente cercano storie convincenti, fino a quando le idee magicamente prendono vita sul palcoscenico attraverso altri interpreti, buffi personaggi invisibili che conquisteranno il palco per cercare di restituire la creatività all’autore in crisi. Dopo i recenti successi cinematografici (“I migliori giorni” ha sinora incassato quasi due milioni), fino al 21 maggio Massimiliano Bruno va in scena al Teatro Parioli di Roma con “Lo stato delle cose”. «Questo spettacolo nasce dall’amore profondo che ho per i giovani artisti, un amore che ha portato alla nascita della mia scuola di recitazione, sceneggiatura e regia Il Laboratorio di Arti Sceniche» ci racconta soddisfatto. «Volevo fare uno spettacolo proprio con i miei ex allievi e ho pensato di fargli recitare i miei cavalli di battaglia scritti per teatro, tv e cinema».

“Lo stato delle cose” prova a descrivere la situazione di precarietà che si respira in Italia: «È diversa da quella di quindici anni fa, ha assunto una componente più psicologica che pratica: gli eventi intorno a noi stanno spingendo i giovani ad avere un’aspettativa del futuro non così alta come una volta. Oggi cercano di godersi il presente in maniera più vivida, è un carpe diem molto più frequente e questo è positivo». Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: «Per loro ci sono sempre meno occasioni: il nostro è un lavoro da 50-60enni perché lo star system italiano si è un po’ bloccato. La domanda che dobbiamo porci è: come facciamo a creare un piccolo star system di 20-30-40enni? A volte vedi i cartelloni delle stagioni teatrali è pensi: “Ma questo è ancora vivo?” (ride, ndr.)».

Il cinema vive un periodo di difficoltà e Bruno su questo ha le idee abbastanza chiare: «La modalità con cui gli americani presentano i film – sempre più intrattenimento e sempre meno opere d’arte – ha preso piede in tutto il mondo. Al momento il cinema è appannaggio dei film di puro svago e per questo le pellicole americane a grandi budget sui supereroi continuano ad attirare moltissimo, al contrario di quelle italiane ed europee». Ma non solo: «Scontiamo un’esterofilia per cui una cosa fatta da noi sembra sempre inferiore a un’altra fatta dagli americani, ma questo è sbagliato: a livello di contenuti nessuno può insegnarci niente. Quanto invece agli effetti speciali, un mio film costa quanto il catering di “Batman”». Da “Non ci resta che il crimine” a “Beata ignoranza”, fino al Nando Martellone della serie tv “Boris”, Massimiliano Bruno ha spesso sfidato il politicamente corretto. Il suo giudizio è categorico: «Per me è la morte della satira. Ricordo che i giornalisti di “Charlie Hebdo” sono stati uccisi perché scherzavano sul Corano, ma ci sono tanti altri esempi. Il fatto che non si possa fare ironia su un paio di argomenti secondo me è un errore: le istituzioni e i politici devono avere rispetto di tutto e di tutti, mentre il comico deve poter sputare addosso a chiunque. Detto ciò, a volte son preoccupato quando passano dei miei film in televisione. Penso subito: “Madonna, questo prima o poi lo metteranno fuorilegge”. Ma per fortuna sono vecchio...». 

Di Massimo Balsamo

Il politicamente corretto uccide la satira, parla Massimiliano Bruno

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2023-05-10 17:03:54

2023-05-10 15:03:54

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