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Piero Gros: “Le Olimpiadi valgono una vita”

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Intervista a Piero Gros, alter ego di Gustav Thoeni, colui che negli anni ’70 portò di forza lo sci alpino nelle case degli italiani

Piero Gros

Piero Gros: “Le Olimpiadi valgono una vita”

Intervista a Piero Gros, alter ego di Gustav Thoeni, colui che negli anni ’70 portò di forza lo sci alpino nelle case degli italiani

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Piero Gros: “Le Olimpiadi valgono una vita”

Intervista a Piero Gros, alter ego di Gustav Thoeni, colui che negli anni ’70 portò di forza lo sci alpino nelle case degli italiani

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Nella Valanga Azzurra, Piero Gros aveva un ruolo fondamentale. Era l’alter ego di Gustav Thoeni, uno dei miti degli sport invernali in Italia che con i suoi successi all’inizio degli anni Settanta portò di forza lo sci alpino nelle case, provocando uno tsunami anche economico, con il boom nei negozi dell’attrezzatura da neve. «La nostra rivalità è stata sana e ha fatto solo il bene dello sci italiano: Gustav era quello più silenzioso e introverso, mentre io ero più ribelle e mattacchione. Ho sempre vissuto alla giornata e detto quello che pensavo» racconta Gros a “La Ragione”.

Vinse l’oro nello slalom speciale ai Giochi di Innsbruck 1976. Due anni prima aveva sollevato sia la Coppa del mondo di slalom gigante sia quella generale. Dodici vittorie e 35 podi in carriera, poi il ritiro a neppure 28 anni. Dunque “Pierino” – com’è ancora soprannominato – rientra di diritto fra le leggende della neve: «Questi sono giorni particolari, arrivano telefonate e inviti da tutte le parti mentre in precedenza tutto era silenzioso. Del resto sono le Olimpiadi, un evento unico nella carriera di un atleta» riflette l’ex campione azzurro.

Per lui c’è una data in cui ebbe inizio la rivoluzione dello sci in Italia: «Direi che tutto partì con le Olimpiadi di Grenoble del 1968. Da quel momento sono stati anni importanti, ma poi a un certo punto Thoeni vinse tre edizioni di fila della Coppa del Mondo. Avevo 16 anni, lo conobbi allo Stelvio. Un incontro che ebbe un grande valore per me. E c’erano già migliaia di persone in piena estate a imparare come si scia, in modo da presentarsi preparate all’inverno successivo» ricorda Gros. «Solo negli anni ho capito quanto la nostra squadra abbia prodotto anche in termini economici, legando lo sci al turismo di massa, alla crescita economica».

Ai Giochi olimpici di Torino 2006 Gros fu tra i tedofori. In questa occasione ha manifestato platealmente il suo disappunto per non essere stato preso in considerazione dal Comitato olimpico, magari per sfilare insieme a tutti i medagliati azzurri delle altre edizioni. Per rimediare, il giorno prima che la fiamma olimpica passasse per Torino l’assessore comunale allo Sport lo ha chiamato chiedendogli di fare il tedoforo per le vie della città. Ma a quel punto Gros ha declinato l’invito.

Parentesi chiusa, si torna allo sport. Alle Olimpiadi e alla divisa azzurra, sintesi di emozione e responsabilità da elevare al quadrato con i Giochi in casa. «A 16 anni, quando ricevetti la lettera dalla Federazione per entrare nella Nazionale C giovanile, fu una grande emozione: voleva già dire rappresentare il proprio Paese. Figurarsi poi alle Olimpiadi, è un altro traguardo pazzesco. Vincere diventa poi un sogno: salire sul podio e sentire l’inno nazionale è un qualcosa di unico». Imporsi ai Giochi non è da tutti: «Ho fatto due Olimpiadi. In una competizione ho vinto l’oro, nell’altra sono caduto. Facevo gigante e slalom, ci si gioca tutto in poco più di un minuto ed è facile andare fuori giri, sbilanciarsi e finire fuori gara. Il podio è per pochi, per i privilegiati, ci si rende conto poi negli anni dell’enorme risultato raggiunto».

Quanto alla corsa alle medaglie, Gros vede chance per diversi azzurri, soprattutto nelle discipline veloci: «Difficilmente l’austriaco Marco Odermatt non finirà sul podio tra Super G e discesa libera, anche se lo vedo un po’ stanco. Ma gli azzurri ci sono certamente. I fuoriclasse sanno gestire meglio la tensione, ma chi non è favorito rischia tutto, quindi vengono fuori le sorprese. Però non credo che vincerà un outsider».

Di Nicola Sellitti

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