Skip to main content
Scarica e leggi gratis su app

Pollio racconta “Dopo la bomba”: “Dobbiamo iniziare ad amarci così come siamo, nelle contraddizioni”

|

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Pollio sul suo nuovo disco “Dopo la bomba” in vista del concerto del 30 gennaio all’Arci Bellezza di Milano

Pollio

Pollio racconta “Dopo la bomba”: “Dobbiamo iniziare ad amarci così come siamo, nelle contraddizioni”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Pollio sul suo nuovo disco “Dopo la bomba” in vista del concerto del 30 gennaio all’Arci Bellezza di Milano

|

Pollio racconta “Dopo la bomba”: “Dobbiamo iniziare ad amarci così come siamo, nelle contraddizioni”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Pollio sul suo nuovo disco “Dopo la bomba” in vista del concerto del 30 gennaio all’Arci Bellezza di Milano

|

Nove anni possono essere un’assenza, oppure un tempo di lavorazione sotterranea. “Dopo la bomba”, il nuovo disco di Pollio, nasce da lì: da un silenzio discografico lungo quasi un decennio e da un’urgenza di rimettere ordine nel caos, personale e collettivo. Il disco si muove come un mosaico di singoli – tessere autonome, ognuna con una propria luce – che finiscono per comporre un’unica immagine: quella di un’epoca attraversata da post-crisi permanenti, conflitti interiori, ansie diffuse e tensioni globali.

Ad anticiparlo è stato “Equatore”, canzone dal respiro cinematografico che parla di fatica e libertà, di scelte e indipendenza, come se il ritorno passasse prima da una presa di coscienza. È il segnale più evidente di una nuova fase artistica: più matura, più essenziale, soprattutto più libera da schemi, dopo l’esordio solista con “Humus” (Maciste Dischi, 2016) e l’intenso periodo con gli io?drama.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare cosa resta “dopo la bomba”, come si ricompone una traiettoria dopo anni di trasformazioni

Partiamo dal disco: è stato un lavoro lungo. Come ci sei arrivato, dopo tutto questo tempo?

È stato un lavoro lungo, parallelo alla vita. Dall’ultima pubblicazione sono passati nove anni e mezzo: a novembre saranno dieci. Non è che abbia smesso di suonare: concerti ne ho sempre fatti, ma ho smesso di pubblicare. Ho continuato a scrivere, creare, evolvere il mio stile, però l’ho fatto nella mia “bottega”, come mi piace dire, un po’ come un modellista: sai quello che si porta avanti il suo galeone in cantina e, mentre la vita va avanti, lui sa che poi arriva… e intanto mette un pezzo dopo l’altro sul suo modellino.
Un disco lontano dall’idea di avere una pressione a pubblicare. Non c’era niente, nessuno.

Lo vivi come un vero debutto solista?

È il mio primo vero album da solista. Quello prima arrivava molto in coda alla band, quindi aveva un retaggio anche di approccio ereditato dalla band. Per questo mi sono preso più anni. Un po’ come la prima volta prima di pubblicare: avevo 23 anni, ho cominciato che ero più piccolo e ci ho messo un po’ di anni per mettere a punto il mio stile prima di uscire. Quindi, pur essendo il mio secondo disco come affermazione di identità, questo voleva essere un po’ il primo: quello che traccia una via.

E cosa rappresenta, a livello di racconto?

Rappresenta ciò quello che resiste dopo alcuni traumi e anche alcune botte di gioia: non soltanto cose negative, ma comunque dopo gli sconvolgimenti.

Mi sembra anche un disco che prova a “unire i puntini” della vita.

Sì, esatto: di come si possono unire i puntini di una vita. Non penso che tutti si sentano risolti perfettamente, e magari questo rappresenta quel passaggio in cui unisci i puntini di quello che sei: fai un po’ i conti con quello che sei, ti guardi in faccia. È un disco che cerca la realtà piuttosto che la finzione, anche se ci sono molte immagini evocative che ogni tanto evadono. Ma è un disco che cerca di amare le contraddizioni.

E sul piano sonoro? Avete scelto un approccio molto “suonato”

Abbiamo voluto dall’inizio un suono organico, vero, suonato. Volevamo sentire gli strumenti, essendo io in primis e tutta la squadra prima di tutto dei musicisti. Abbiamo voluto creare un sound che fosse nuovo un po’ per tutti noi, in cui ci buttavamo anche in qualcosa di diverso. Spesso negli anni ho lasciato andare cose perché non ero soddisfatto: non rompevano abbastanza col passato per come la vedevo io.

Visto che il disco parla di cambiamento e trasformazioni, è come se dovesse uscire quando quella trasformazione era davvero compiuta

Sì. Volevo un racconto della trasformazione, ma che fosse definito: almeno la rappresentazione di questa mutevolezza, di questo mutamento, di questo istinto a cambiare… almeno il modo di raccontarlo. Volevamo che fosse definito.

In effetti hai già risposto a una domanda che avevo: perché proprio adesso, dopo tutto questo tempo? Evidentemente era il momento di tracciare una linea e “regalare” agli altri il seminato di questi anni. Anche perché quando le canzoni escono intercettano le vite degli altri, i loro cambiamenti e si innesca quel gioco che è anche il bello della musica.

Assolutamente sì. Quando sei indipendente, per giunta, di certo non ti puoi aspettare che il giorno dopo ti compri quattro case: lo sai quando lo fai. La pubblicazione diventa emozionante proprio se la vivi come hai detto tu: intercettare qualcuno, perché poi è quella la ricchezza che ti torna. Tutto il resto… sì, per carità, la musica è un lavoro, quello che vuoi, ma la vera grande ricchezza è questa magia: intercettare uno che in quel momento vibra sulle tue stesse parole. Per me è un privilegio enorme, anche se succede con un verso solo o con una nota.


Hai detto anche che uno dei motivi del lungo stop discografico è stato legato al “messaggio” del disco

Uno dei motivi per cui sono stato fermo è stato che, forse, non sentivo dentro un messaggio incoraggiante. Per una volta mi sono detto: se torni, con il tuo carattere e la tua visione distopica, cerca però di tirar fuori anche la parte incoraggiante che c’è tutti i giorni della tua vita. Quando invece sei forte, inattaccabile, sei comunque positivo. Va bene lo sfogo, ma quando pubblicherai cerca di dare un messaggio che possa darti la forza che magari hai cercato anche tu in queste canzoni. Quando ho sentito che c’era negli arrangiamenti e nei testi, ho capito che potevo pubblicare.

Ascoltandolo, mi ha colpito il tuo modo di scrivere: tocchi temi che altri hanno cantato, ma il taglio è peculiare. Come lavori? Quanto c’è di istantaneo e quanto di ragionato?

Se c’è una cosa che mi ha sempre spinto è evolvere lo stile. Il gioco è che se uno lo becca dice: “Ah ok, questa è di Pollio…”. Quando qualcuno nota che magari la stessa cosa che ti ha detto un altro io te l’ho detta in un modo diverso, per me è fondamentale: è il bello della comunicazione. Diciamo sempre la stessa cosa, è chiaro che ci differenziamo sul come.

In questo album mi pare ci sia più uso di immagini

Più che nei precedenti, pur volendo dire certe cose, ho scelto a volte di optare per immagini più evocative, anche più distanti. Non mi interessava tanto la cosa chiara che dicono già in molti. In una canzone volevo il momento di poesia e quando mi arrivava lo cavalcavo. Ma sarei bugiardo a dirti che le canzoni mi escono istintive: se ci ho messo così tanto è perché ci penso, ci ripenso, le lascio maturare.

Hai un esempio concreto di questa maturazione?

“La percentuale” avrà sette anni nella prima stesura. E pensa che l’ultima strofa che ho scritto del disco è proprio la seconda di questo brano. Ogni canzone ha la sua vita che si intreccia con la mia: ne è impregnata, ed è impregnata anche del mio immaginario del momento.

Quando arriva l’idea iniziale, invece, come accade?

Quando una canzone mi arriva, spesso arriva con la melodia e il testo insieme, magari non quello definitivo. Quando sento che succede cedo a quella bellezza, che è la cosa che amo. Quando mi arrivano insieme cose come “Ave Cesare, quanto sbagli”, quella mi è venuta così, come un conato. Poi è chiaro: non è nata tutta la canzone come la senti in un secondo: sarei un genio e non lo sono. Ma quell’input, quell’immaginario, sapere che in quel brano, in quella melodia, io più o meno andrò a parlare di questa cosa… mi succede.

E ci sono brani in cui hai scelto di toglierti ancora più la maschera?

Sì, per necessità. In casi come “Mi sei mancata tanto”. Mi sono accorto che, da amante di musica e parole, negli ultimi anni se volevo una canzone d’amore nuova, uscita da poco, che parlasse una lingua che io potessi capire, non la trovavo, o non ne trovavo tante. Perché l’amore… non lo so: tutti cantavano un amore che io forse ho provato a 16 anni. Io volevo addentrarmi di più. Mi sono fatto un viaggio mentale nelle case di tutti, oltre che nel mio cuore: pensare a come vive davvero la gente l’amore, perché non ne parla. E scavando è uscito un pezzo anche di getto, come “Mi sei mancata tanto”. Quella frase parla da sola: all’inizio è una liberazione, arriva con urgenza.

Poi però c’è un lavoro lungo

Poi c’è un lunghissimo lavoro, lato mio e lato del team ristretto e affiatato con cui ho il piacere di lavorare. Per noi è estenuante, ma quando poi diciamo “sì” è perché siamo convinti. E questo va in anni: quante strofe fare, quella parola o l’altra, il suono, la melodia, la struttura…

In un’epoca di immediatezza, avere ancora qualcuno che lavora con “labor limae” è raro

Ed è stata una leva. Mi sono detto: se torno con un disco, torno con qualcosa che mi piace fare. E quando l’abbiamo presa così è cambiato tutto. Anche nelle scelte: “Il pezzo lo facciamo così o cosà?” Non lo so: fa venire i brividi? E allora lascialo. Ti dà fastidio? Ok, vogliamo intendere il fastidio? Bene: lascialo. Non vogliamo intendere fastidio? Toglilo. Non numeri o altri calcoli, sensazioni: fastidio, emozione, pelle d’oca, lacrima. Ti fa ridere una frase? Sì? Allora lasciala. Non è “una frase che non vende”, o “troppo complicato”: non erano più parametri a cui potevo sottostare.

A proposito de “La percentuale”: mi ha colpito il fatto che fosse già abbozzata sette anni fa, eppure sembra aver anticipato la direzione del mondo

Questa mia dimensione Cassandra… Preferirei fermarle le cose anziché annunciarle prima. Sentirle prima, avere questo canale aperto con ciò che può accadere e affrontarlo a viso scoperto: è un lato di me che mi piace. Sarebbe più utile se potessi intervenire positivamente, anziché solo raccontare, ma tant’è. Sono un cantautore.

Sul primo singolo mi è sembrato di cogliere anche tracce dei Beatles, soprattutto nell’idea di “lasciar andare”. Mi racconti com’è nato “Equatore”?

Equatore è proprio la canzone… Io sono un musicista da sempre e ho fatto vari lavori. Se sei cantautore indipendente, quando non hai più 23-24 anni è probabile che tu faccia una marea di lavori paralleli se non hai sfondato. E penso lo sappiano tante persone, anche non musicisti: tutti quelli che coltivano un sogno. Penso agli sportivi che fanno maratone, si allenano ogni giorno e magari non prendono un euro.
E questa canzone parla proprio del culo che ti fai quando hai un sogno in testa. E anche della domanda: quel sogno è tuo o di qualcun altro? Ti dici: “Ma ‘sti sacrifici per chi li faccio?” Poi ti dici: “Ok, è mio.” E in quel momento sei in un posto di lavoro che non ti piace ma stringi i denti perché hai un sogno. Equatore è tutto lì: sei solo, come un Conte di Montecristo che aspetta di tornare.

E cosa intendi per “tornare”?

Tornare fluido come l’acqua. Tornare bene, tranquillo. E l’ho fatto. Questo disco, a livello stilistico, è quello su cui ho lavorato di più. Esce totalmente indipendente: la produzione sta nelle mie mani. Ed è stato fatto a un ritmo totalmente bio: ho tutti i capelli bianchi ormai e ho aspettato di averli per farlo uscire. È l’opposto di come ho vissuto gli altri dischi, con aspettative altissime tipo “spacco il mondo”. Qui sono arrivato dicendo: “Ormai il disco è fatto, devo solo buttarlo fuori”. Non mi aspettavo più niente perché era già fatto. Per me è una novità: la non-aspettativa. Non è che non potessi essere deluso, ma volevo tornare così. Dopo anni di “diventerai famoso”, “poi arriva quello che ti fa il contratto”… Il bello di “Dopo la bomba”, lato mio artista, è questa immediatezza.

E infatti “Equatore” sembra un pezzo importante anche nel ragionamento complessivo: l’alternanza tra l’ambizione e quello che hai davvero

Sì: quel continuo alternare l’ambizione che hai e quello che realmente hai nella vita. E se vuoi davvero rovinarti la vita pensando che ciò che hai non ti basti. È un pezzo nodale, tant’è che l’ho scelto per tornare.

Ti chiedo del titolo dell’album: “Dopo la bomba”. Mi fa pensare ai tempi che stiamo vivendo, al crollo, al “Roma può cadere”. Che storia c’è dietro?

Hai beccato benissimo il punto. “Dopo la bomb”a è proprio quella roba lì. Le lucciole sono la chiave positiva che cerco di dare all’ascoltatore. Il titolo può sembrare distopico, brutto, pesante, ma innanzitutto è “dopo”: quindi c’è un dopo. Se stiamo parlando, siamo vivi. Occhio: non buttiamo via questa possibilità.

È anche una reazione a un clima di crisi permanente?

Dopo una vita passata nelle crisi, “la prossima crisi”… mi ero rotto. Sono nato nell’84, l’anno di Orwell, come dice Salmo. Le ho viste tutte. E adesso che stiamo parlando? Io e te, dopo che è esploso pure l’Iran… Oggi c’è lo spoiler pure delle guerre: la prossima è Taiwan. E in questo clima di attesa angosciosa io ci ho passato l’adolescenza senza sapere perché, ma con quella sensibilità che tu hai visto in “La percentuale”.

E il disco cosa prova a fare in questo contesto?

Voleva essere per me il dire: “Vabbè, intanto sono qua, sono vivo.” Dobbiamo far leva su cosa significa essere umani oggi. Ho cominciato a sentire gente dire che i cani sono meglio delle persone: frasi che a un certo punto ho trovato folli. Ho detto: “Ma qua ci stiamo boicottando, distruggendo da soli, ci vogliamo male.” Lo capisco perché vedo le guerre, vedo Gaza e dico: “Facciamo schifo.” Quando vedo Netanyahu dico: “Cazzo, ma quello è umano come me, veramente?” Eppure sì: è umano, e me lo sono dovuto ammettere.

Quindi “dopo la bomba c’è qualcuno che fa festa” è un’idea di resistenza

Sì. “Il buio ci appartiene, ma abbiamo lucciole in testa.” È nata in questo clima. Parla dell’essere umano in generale: un’anomalia che può salvare, può uccidere, può splendere, può essere tenebra. Siamo fatti così e forse conviene cominciare ad amarci per questo, nelle contraddizioni, come in una coppia che non funziona. Perché se no finiamo male: ridotti tutti in minoranze, in piccole guerre civili.

Nel disco c’è anche un desiderio di umanità che passa dall’amore

Spero di aver sviscerato questa voglia di umanità che passa per l’amore, questa forza primordiale che speriamo non diventi mai misurabile. E dentro c’è la ricostruzione dopo tutte queste bombe: Russia, Ucraina, Gaza… e poi Venezuela, è un continuo. A questo punto, se la condizione è cronica, forse è meglio evitare di aspettare che la salvezza arrivi dall’alto e costruircela noi

Ultimissima: il concerto del 30 all’Arci. Cosa porterai sul palco? Ci sarà il nuovo album, ma anche altro?

Faremo praticamente tutto l’album nuovo, tutto “Humus”, e qualcosa da “La trama”. Ci sarà anche un omaggio a un cantautore che in questi anni mi è stato vicino. E ci saranno dei guest: li annunceremo a brevissimo. Non ci saranno basi, non ci saranno sequenze. Cinque musicisti, cinque suoni, e tutte le canzoni staranno in piedi così. Ovviamente non abbiamo potuto portare l’orchestra di “Equatore” da 40 elementi.

La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!

Leggi anche

21 Gennaio 2026
“Milano Cortina è un evento speciale e il mio focus è chiaro, dichiarato, cioè andare a medaglia”…
19 Gennaio 2026
Il 31 gennaio parte il nuovo tour di Angela Baraldi che attraverserà l’Italia. Abbiamo scambiato c…
18 Gennaio 2026
“In me c’è ancora il sogno del podio olimpico” ci racconta lo sciatore azzurro Dominik Paris. Le s…
16 Gennaio 2026
Abbiamo intervistato Giovanni Franzoni dopo il primo trionfo in Coppa del Mondo, in SuperG. Lo sci…

Iscriviti alla newsletter de
La Ragione

Il meglio della settimana, scelto dalla redazione: articoli, video e podcast per rimanere sempre informato.

    LEGGI GRATIS La Ragione

    GUARDA i nostri video

    ASCOLTA i nostri podcast

    REGISTRATI / ACCEDI