Roberto Molinelli e l’orchestra all’Ariston: “Cuciamo abiti su misura per la voce”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il Maestro Roberto Molinelli che ha arrangiato e diretto “Quello che le donne non dicono” nell’interpretazione di Arisa a Sanremo 2026
Roberto Molinelli e l’orchestra all’Ariston: “Cuciamo abiti su misura per la voce”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il Maestro Roberto Molinelli che ha arrangiato e diretto “Quello che le donne non dicono” nell’interpretazione di Arisa a Sanremo 2026
Roberto Molinelli e l’orchestra all’Ariston: “Cuciamo abiti su misura per la voce”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il Maestro Roberto Molinelli che ha arrangiato e diretto “Quello che le donne non dicono” nell’interpretazione di Arisa a Sanremo 2026
Sanremo 2026 si è chiuso e, come spesso accade, una delle serate più amate è stata quella delle cover. Tra i momenti più forti, l’interpretazione di Arisa di “Quello che le donne non dicono” con il Coro del Teatro Regio di Parma, arrangiata e diretta dal Maestro Roberto Molinelli, ha riportato al centro un protagonista spesso sottotraccia. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Molinelli, direttore d’orchestra, compositore e violista, capace di fondere classico, jazz, pop e rock in dialoghi tra generi.
Partiamo dall’idea: com’è nata la sinergia tra Arisa e il Coro del Teatro Regio di Parma per Sanremo?
Io e Arisa collaboriamo da prima del Festival. Abbiamo fatto diversi concerti sinfonici con l’Orchestra della Magna Grecia: ricordo in particolare il Teatro Antico di Taormina e il Petruzzelli di Bari, due sold out nel 2025, con le sue canzoni storiche riarrangiate da me per orchestra sinfonica. Proprio in quei concerti Rosalba ha presentato “Nuvole” come inedito. È stato naturale, quindi, pensare a qualcosa di speciale per Sanremo: quando è arrivata la notizia della sua partecipazione mi ha chiamato per la serata delle cover e io le ho proposto di coinvolgere un coro lirico all’Ariston. L’idea è nata insieme, da una chiacchierata tra noi due.
E come siete arrivati nello specifico al Coro del Teatro Regio di Parma?
La mia assistente lavora al Regio, quindi il collegamento è stato immediato. Abbiamo coinvolto il Coro del Teatro Regio, che si è detto subito entusiasta di partecipare, così come la Fondazione, il Comune, il sindaco e l’assessore. Li ringrazio davvero, perché non era scontato portare un coro lirico a Sanremo. È una collaborazione che nasce da un rapporto già solido con Arisa e si concretizza in questa idea di trasformare “Quello che le donne non dicono” in qualcosa di corale, quasi un inno.
Che tipo di lavoro hai fatto sull’arrangiamento?
Ho pensato l’arrangiamento come se fosse un grande inno alle donne. Il brano di Ruggeri e Schiavone, reso iconico dall’interpretazione di Fiorella Mannoia, ha già in sé una forza particolare; con il coro ho scelto di enfatizzare la solennità del messaggio, recuperando stilemi di scrittura corale classica, quasi da opera lirica, e integrandoli con gli strumenti dell’orchestra sinfonica e la componente pop. L’idea era restituire la potenza del testo – femminilità, emancipazione, complessità – in una forma che suonasse collettiva, corale.
La performance è stata tra le più citate della serata. Tu eri in buca a dirigere: che percezione hai avuto dall’Ariston?
Dal podio ho percepito subito che qualcosa stava succedendo. Alla fine c’è stata un’esplosione di entusiasmo: applausi, urla, standing ovation. In sala si è sentito chiaramente che il pubblico si riconosceva in quel momento. Poi sono arrivati i riscontri della stampa e del pubblico da casa, ma già lì, in teatro, era evidente. Per un arrangiatore è molto gratificante, anche perché un duetto con un coro di questo tipo, a Sanremo, è qualcosa di inedito o quasi.
Veniamo al tuo ruolo: spesso il direttore d’orchestra e l’arrangiatore restano in ombra. Cosa significa, per te, lavorare su una canzone per il palco dell’Ariston?
Il mio ruolo tiene insieme più funzioni: arrangiatore, orchestratore e direttore. Non sempre coincidono, ma molto spesso chi dirige è anche chi ha cucito l’abito musicale per l’artista. Io lo spiego così ai miei studenti: l’arrangiatore è un sarto. Deve realizzare un vestito su misura per la canzone e per chi la interpreta, tenendo conto di tutti gli strumenti, dell’orchestra Rai e di quella sinfonica di Sanremo. È un lavoro di grande responsabilità, che richiede dialogo continuo con artista e casa discografica. Quando poi ti ritrovi sul podio, devi far funzionare tutto in pochi minuti di diretta, senza rete.
Sanremo per te non è una novità: quante volte ci sei stato e con quali risultati?
È la mia quarta volta all’Ariston. La prima nel 2005, con una giovane artista, Giovanna D’Angi. Poi nel 2009 con Alexia e Mario Lavezzi: facemmo “Biancaneve” e in quell’edizione vinsi il premio come miglior arrangiamento, che porto ancora nel cuore. Nel 2021 sono arrivato terzo con gli Extraliscio, portando un liscio “scatenato” contaminato da elementi più contemporanei: è stata una festa, peccato solo fosse l’edizione senza pubblico. Con Arisa, quest’anno, la serata cover ci ha portato di nuovo sul podio. Tre partecipazioni con i big, tre podi: fa piacere, ma oltre alle classifiche contano i riconoscimenti che arrivano dopo, i feedback di chi ascolta e degli addetti ai lavori.
Cosa ti colpisce di più, lavorando con Arisa?
Glielo dico spesso: per me è forse la miglior cantante italiana che abbiamo. Unisce due elementi rarissimi da trovare insieme: un’altissima comunicabilità, una capacità di emozionare e di raccontare, con una precisione tecnica impeccabile. Di solito c’è o l’una o l’altra; lei tiene entrambe insieme. Questo, per chi scrive gli arrangiamenti, è un regalo enorme: puoi permetterti certe soluzioni sapendo che la voce le sosterrà, dal sussurro fino all’esplosione emotiva.
Più in generale, come cambia l’approccio da brano a brano?
Non esiste una regola unica. Ogni progetto ha la sua logica. “Biancaneve” era un brano pop che abbiamo riletto per un organico classico con il quintetto “Le Ophir”. Con Extraliscio si trattava di costruire una festa collettiva, portando il liscio – per la prima volta davvero in gara – dentro un contesto televisivo nazionale. Con “Quello che le donne non dicono” il tema era diverso: lavorare su un classico del cantautorato, legato indissolubilmente a Fiorella Mannoia, e trovare una chiave che avesse senso, evitando la mera copia. In quel caso il coro lirico ha aperto una strada: ho ripensato struttura e scrittura per dare al coro un ruolo reale, non decorativo, facendo convivere orchestra sinfonica e sezione pop. Ogni volta è come ritarare l’ago del sarto su un corpo diverso.
Chiudo con una curiosità extra-Sanremo: il tuo lavoro con Bocelli su “Con te partirò” è ancora oggi ovunque. Che effetto fa?
Fa un certo effetto, sì. “Con te partirò” è diventata una delle canzoni italiane più riconosciute al mondo: ovunque fai partire quelle note, viene identificata subito. Io ho scritto l’orchestrazione che Andrea porta ancora spesso in concerto e negli anni l’ho vista diretta da tanti colleghi, anche da giganti come Zubin Mehta. Sono quelle esperienze che ti ricordano quanto sia importante avere cura di ogni dettaglio: non puoi sapere in anticipo quali brani diventeranno patrimonio comune, ma devi lavorare come se potessero diventarlo.
di Federico Arduini
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- Tag: musica
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