Rossana De Pace racconta “Diatomee”: “Un viaggio interiore di decostruzione”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Rossana De Pace sul suo nuovo disco “Diatomee”: “Quanto le mie azioni possono influenzare il mondo? E quanto il mondo può influenzare me?”
Rossana De Pace racconta “Diatomee”: “Un viaggio interiore di decostruzione”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Rossana De Pace sul suo nuovo disco “Diatomee”: “Quanto le mie azioni possono influenzare il mondo? E quanto il mondo può influenzare me?”
Rossana De Pace racconta “Diatomee”: “Un viaggio interiore di decostruzione”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Rossana De Pace sul suo nuovo disco “Diatomee”: “Quanto le mie azioni possono influenzare il mondo? E quanto il mondo può influenzare me?”
Oggi, venerdì 30 gennaio, esce in radio e in digitale “Diatomee”, l’album di inediti di Rossana De Pace: un debutto lungo che nasce da un’immagine tanto scientifica quanto poetica. Le diatomee – microalghe antichissime trasportate dal vento dal deserto del Ciad fino all’Amazzonia – rendono possibile la vita in ecosistemi lontanissimi, con un movimento invisibile ma decisivo. È da qui che De Pace costruisce la sua metafora: interconnessione, cooperazione, comunità; l’idea che ogni gesto, anche minimo, possa cambiare le cose se inserito in una rete più ampia.
Registrato in quattro luoghi diversi (Val Pellice, Lunigiana, Torino e colli parmensi) e anticipato da diversi singoli, “Diatomee” mette in dialogo scrittura autobiografica e ricerca sonora. Ne abbiamo parlato con lei, partendo dall’origine del titolo e arrivando al modo in cui ha trasformato natura, memoria e suono in una narrazione personale ma condivisibile.

Partiamo subito dal disco. Come nasce l’idea, come ci hai lavorato e, guardando il modo in cui l’hai costruito, come sei arrivata anche alla scelta di usare gli impulsi elettrici delle piante? Partiamo dall’origine e poi andiamo a fondo.
L’idea di partenza, in realtà, è stata proprio il titolo: Diatomea. Sono sempre stata affascinata da questo fenomeno naturale delle diatomee: alghe minuscole che, con un viaggio silenziosissimo, condizionano la nostra vita quotidiana senza che ce ne accorgiamo. Producono circa dal 20% al 25% dell’ossigeno sulla Terra e sono alla base dell’alimentazione marina. Mi stupiva il fatto che esseri così piccoli possano partire dal deserto del Sahara, arrivare fino in Amazzonia e poi ritornare in Europa, e nel farlo influenzare ecosistemi interi.
Da lì il ragionamento è diventato metaforico: quanto le mie azioni possono influenzare il mondo? E quanto il mondo può influenzare me? Questa è stata la suggestione iniziale e tutte le tematiche del disco si sono costruite su un’idea di decostruzione: ok, il mondo mi influenza – società, educazione, pressioni – e canzone dopo canzone provo a capire “come” mi ha influenzato, cosa voglio tenere e cosa voglio lasciare. Vale per l’educazione familiare, per la società e per le aspettative che ti mette addosso.
In pratica è come partire da un foglio bianco: abbandonare convinzioni, lasciare l’arroganza di pensare di conoscersi già e fare un viaggio interiore di decostruzione. Ogni canzone toglie uno strato e anche la tracklist è pensata così: nella prima canzone abbandono le convinzioni, poi via via si tolgono strati fino ad arrivare alla fine, dove capisco che esiste un’alternativa personale, una strada mia. Non esiste un solo modo di fare le cose: ognuno può trovare la propria strada se impara a conoscersi davvero.
Inoltre le diatomee sono alghe e io lavoro da anni con uno strumento, “Plants Play”, che trasforma gli impulsi elettrici delle piante in suono. Mi sono detta: è il momento giusto per usare questa cosa nel mio primo disco vero e proprio, mettere dentro tutte le suggestioni raccolte in questi anni. A livello compositivo mi sono presa luglio e ho fatto quattro residenze artistiche: ho raccolto frequenze di piante e ho campionato suoni nei luoghi in cui sono stata, usandoli poi negli arrangiamenti.
Una cosa che ho notato ascoltandolo, passando da una traccia all’altra, è che mi è sembrato un disco molto maturo: per quello che racconti e per come lo fai. Si sente che c’è un lavoro dietro, di vissuto e di ragionamenti. Quanto è autobiografico?
Tantissimo. È un disco molto autobiografico, anche perché quest’anno per me è stato emotivamente e personalmente molto intenso. Ho messo in discussione tutto: convinzioni, certezze, quell’arroganza dei vent’anni… poi arrivi ai 30 e dici: forse non ho capito un granché. E ti liberi un po’ da quello di cui eri convinta.
Il mio processo è questo: parlare della mia esperienza, perché è l’unico modo in cui posso essere autentica e cercare di arrivare alla verità – almeno a quella che è la mia verità – però dandole una chiave di lettura più universale, in modo che chiunque possa riconoscersi.
L’esempio più lampante, per me, è “Rosaria”: è un pezzo tremendamente autobiografico. Rosaria è il mio alter ego, il mio io giudicante. Quando sono entrata in contatto con questa parte, mi sono resa conto di avere un giudice interno potentissimo. Però poi nel testo dico che “questa fuga matta dal dolore è figlio primogenita del capitale che non ci vuole fermi neanche per guarire”: e lì chiunque può riconoscersi, perché viviamo tutti la pressione dell’iper-performance. Quella parte giudicante ce l’abbiamo un po’ tutti, perché il sistema ti vuole “sul pezzo” per riuscire a farcela.
In apertura, come ci accennavi, metti un’idea molto forte, quasi programmatica: “vorrei che il mio domani fosse il mio adesso”. Com’è stato arrivarci, scriverlo, metterlo lì? Ti sei sentita più libera dopo?
Sì. La scrittura per me ha proprio questa funzione: è un processo di terapia e di autoconoscimento. Il senso di vivere, per me, è la crescita personale. E la musica è lo strumento che mi aiuta a realizzare quel senso: conoscermi sempre di più e crescere. Però il processo non è semplice emotivamente. Nel mese in cui mi sono presa tempo per andare a fondo su queste tematiche è stato super faticoso, perché ogni volta che scavi è doloroso e stancante.
La liberazione vera, secondo me, arriva con i live: questa è la verità. La stesura delle canzoni è faticosissima, poi quando le registri le lasci andare un po’, te ne distacchi, le riascolti e capisci sempre qualcosa in più. Ma la catarsi reale arriva quando le canti davanti a un pubblico: è un processo lungo e bellissimo. E io non mi sono ancora completamente liberata di queste canzoni; credo che con un vero tour dopo l’uscita arriverà la catarsi finale.

Dal punto di vista musicale mi ha colpito la quantità di mondi che convivono: tradizione, modernità, ricerca sonora. In che modo hai bilanciato gusto personale e ricerca?
Per me la ricerca sta abbastanza alla base. Sono partita dalle piante, raccogliendo sonorità che nel disco diventano soprattutto parti più “synth”, più atmosferiche: è una ricerca che porto avanti da anni. Poi sono partita dai campionamenti ambientali dei luoghi in cui sono stata: essendo in natura, c’era tantissima ispirazione.
Per dirti: molte casse di batteria sono mischiate al suono del mio pugno su una piscina gonfiabile… una cosa incredibile. In Val Pellice ci sono ronzii di api di un apicoltore che ho conosciuto. Tra i colli parmensi ci sono i ghiri in amore, che ho scoperto essere un animale che non riesco a sopportare e penso mi porterò il trauma a vita. Ci sono rane notturne. Insomma: la mia ricerca sonora è stata molto questa, costruire l’atmosfera.
Il gusto più spontaneo, invece, l’ho messo soprattutto negli arrangiamenti vocali: uso tante voci, mi piace la coralità. Mi ispiro anche alla tradizione della mia terra, la Puglia, e mi immagino spesso le canzoni come se ci fosse un coro di persone che ti risponde. In più pezzi c’è questa cosa e mi viene naturale.
Una cosa importante: questo disco non è stato lavorato con reference. È stata una scelta che mi è piaciuta, perché sono arrivata in studio ed era la prima volta che lavoravo con Taketo Gohara: non sapevo come avremmo impostato il lavoro, è stato un affidarmi. Io avevo già le preproduzioni fatte durante le residenze, con i miei suoni, le mie voci e qualche strumento registrato. In studio abbiamo aperto i progetti e abbiamo lasciato tutto quello che avevo fatto io. Poi, registrando strumenti dal vivo, abbiamo portato la produzione a un livello superiore.
È stato bellissimo anche perché avevo un po’ timore: a volte i produttori mettono davanti la loro firma. Invece Taketo è fortissimo proprio perché si mette al servizio della musica e dell’artista: ha rispettato totalmente le mie idee e quello che gli avevo portato. Abbiamo salvato tutto, e abbiamo solo alzato il livello.
La scelta di non lavorare con reference mi sembra anche un modo per proteggere l’unicità. Però è raro: tanti ascoltano, vedono cosa “funziona” e provano a replicare. Tu come la vivi?
È un tema importante. Io mi sono sempre sentita sbagliata, perché ogni volta che mi chiedevano reference in studio facevo una fatica enorme a dire “facciamola così”. Per me è sempre un miscuglio di cose: ti posso dire “di questo mi piace questo” e “di quell’altro mi piace quest’altro”, ma non “voglio fare come quel pezzo”.
Taketo è stata la prima persona che mi ha detto: “No, io non lavoro mai per reference, secondo me è sbagliato”. E lì ho pensato: grazie. Quindi non sono stronza io: si può lavorare anche così. Adesso che l’ho appurato, ho abbandonato ogni senso di colpa e lavorerò come ho sempre voluto.

Veniamo al premio che hai vinto, Musicante Award – Premio Pino Daniele: come l’hai vissuta e cosa ti ha lasciato?
È stata una pazzia, pura. Penso sia stata l’esperienza più autentica e più potente che abbia mai fatto, perché è fatta da persone che ci credono davvero. Alex, in prima persona (il figlio di Pino Daniele ndr) è una delle persone più vere e più buone con cui abbia avuto a che fare. E tra l’altro la Fondazione, nella figura di Alex, ci sta dando una grossissima mano anche sul disco.
Vincere non è stato solo suonare in Piazza del Plebiscito e finire in Rai in mezzo a una kermesse di artisti di alto livello: la cosa più forte è stato tutto quello che è venuto dopo, il sostegno reale al progetto. Noi, come artisti emergenti, siamo stati trattati da professionisti, cosa che ci stupisce, anche se dovrebbe essere la normalità.
E poi c’è la parte artistica: è una rivoluzione portare Pino Daniele in Piazza del Plebiscito con arrangiamenti stravolti, davanti a un pubblico legatissimo a lui. E invece la famiglia ti dice: “Trovate un vostro linguaggio, reinterpretatelo in modo che arrivi ai giovani”. È un’apertura totale.
Noi “Stella cometa” l’abbiamo arrangiata tantissimo: ho aggiunto parti, modificato testo e melodia. Potevo essere “decapitata”, quindi avevo un po’ paura di aver esagerato. Però quando ho avuto il benestare di Alex mi sono tranquillizzata: se non se la prende il figlio, se se la prende qualcun altro me ne farò una ragione.
E le parole di Alex dopo… il fatto che mi abbia detto che a suo padre sarebbe piaciuto conoscermi e che gli sarebbe piaciuta la mia musica, per me è un regalo enorme. Me lo porterò nel cuore e lo racconterò ai miei nipoti. E “Stella cometa” poi, grazie alla Fondazione, siamo riusciti a metterla nel disco. E ce la porteremo nei concerti: è una promessa. Alex mi ha detto: “Da adesso in poi, in tutti i concerti, almeno una canzone di mio padre la dovete fare”. E certo: sarà la nostra stella cometa, appunto.
di Federico Arduini
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- Tag: musica, Musica italiana
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