Sal Da Vinci: “Le sconfitte mi hanno aiutato a fare un passo in avanti”
Sal Da Vinci è tutto tranne che un esordiente: è uno che il palco lo abita da una vita e che oggi torna a Sanremo con la serenità di chi non deve inventarsi una storia, perché ce l’ha già addosso
Sal Da Vinci: “Le sconfitte mi hanno aiutato a fare un passo in avanti”
Sal Da Vinci è tutto tranne che un esordiente: è uno che il palco lo abita da una vita e che oggi torna a Sanremo con la serenità di chi non deve inventarsi una storia, perché ce l’ha già addosso
Sal Da Vinci: “Le sconfitte mi hanno aiutato a fare un passo in avanti”
Sal Da Vinci è tutto tranne che un esordiente: è uno che il palco lo abita da una vita e che oggi torna a Sanremo con la serenità di chi non deve inventarsi una storia, perché ce l’ha già addosso
Molti della nuova generazione l’hanno conosciuto così: un ritornello che rimbalza su TikTok, “Rossetto e caffè” che esplode e trasforma un nome in un volto familiare, quasi fosse spuntato dal nulla. Ma Sal Da Vinci è tutto tranne che un esordiente: è uno che il palco lo abita da una vita e che oggi torna a Sanremo con la serenità di chi non deve inventarsi una storia, perché ce l’ha già addosso. “Questo viaggio di dopo 17 anni di Sanremo per me è veramente qualcosa di gioioso”, dice e subito mette in fila la memoria di un Festival lontano eppure decisivo, con un grande terzo posto: “Il mio primo Sanremo del 2009 è stato così rocambolesco: fui eliminato, poi ripescato e addirittura fui spinto sul podio da un voto popolare”. È un modo per ricordare che l’Ariston, per lui, non è un debutto ma un capitolo: un ritorno che ha il sapore della ricompensa e insieme della resa dei conti con il tempo.
E infatti, nel suo racconto, la viralità non è mai una bacchetta magica: è un’accelerazione arrivata dopo anni in cui “ci sono state più cadute che risalite”, dopo una strada scelta consapevolmente “più complicata”, fatta di vocazione più che di convenienza. “Io non mi aspetto mai niente. Non posso piacere a tutti”, ripete, quasi a mettere un argine al frastuono di questi giorni: perché si può diventare fenomeno in poche settimane, ma restare credibili è un lavoro che richiede anni. Anche per questo, quando sente che la narrazione pubblica si appiattisce su etichette e scorciatoie, si ferma e rilancia con una domanda che è già un manifesto: “Quando sentite parlare ‘neomelodico’, che vuol dire?”. Non lo chiede per difendersi, lo chiede per capire che lingua stiamo usando e soprattutto come la stiamo usando.
Lui lo dice chiaramente: c’è chi usa quella parola come sinonimo di musica “passionale… di forte sentimento”, e c’è chi invece la impugna per “ghettizzare”, per ridurre tutto a “musica di condominio”, a una cartolina caricaturale. E allora Sal Da Vinci mette il punto: “Non esiste nessuna musica di serie A e di serie B”. La musica popolare non è un’etichetta di comodo, è una radice; e infatti la sua rivendicazione è orgogliosamente semplice: “Noi facciamo musica popolare, io sono un cantante popolare e sono fiero di esserlo”. È un discorso che va oltre il genere: parla di dignità artistica, di cultura, di rispetto per chi ascolta.
In questo quadro si capisce meglio anche il senso di “Per sempre sì”, il brano con cui torna in gara alla 76ª edizione del Festival. Non è una dichiarazione d’amore adolescenziale, non è la vertigine dell’innamoramento: è, come la racconta lui, la promessa come responsabilità: “La promessa ha un peso”, insiste: siamo bravissimi a farle “ma non mantenerle”, e quando arrivano le tempeste “o compri l’ombrello o scappi”. Dentro la canzone, dice, c’è “la storia di due innamorati” ma “dietro si nasconde tutt’altro”: l’idea che scegliere qualcuno non è un momento, è una pratica quotidiana. È un brano che parla di amore come decisione e quindi inevitabilmente parla di maturità.

E se il pubblico più giovane è arrivato a lui tramite “Rossetto e caffè”, Sal Da Vinci non si fa ingabbiare neppure da quello. Racconta la sorpresa senza spavalderia: “Mi sorprendo ancora se un bambino si avvicina e canta la mia canzone, mi sorprendo se una persona mi chiede la foto”. Non recita la parte del veterano impermeabile: ammette lo stupore come una cosa viva e ci costruisce sopra un messaggio che gli sta a cuore, soprattutto quando parla ai ragazzi: le sconfitte non sono una condanna, sono una scuola. “Le sconfitte mi hanno aiutato proprio a fare un passo in avanti”, dice, e invita a non mollare alla prima battuta d’arresto, a restare fedeli al proprio sogno senza farsi sedurre dall’idea che tutto debba arrivare subito.
Anche la sua stessa biografia artistica, quando la riattraversa, serve a questo: a far capire che un “fenomeno” non nasce dal nulla. Lui arriva da una radice teatrale, da un’idea di performance totale: “Io sono nato come attore”. È un percorso fatto di trasformazioni: cambiano le piattaforme, cambiano i consumi, cambia il modo in cui una canzone “entra” nelle persone. Ma lui resta attaccato a un punto fermo: la musica come “festa popolare” e come testimonianza.
E infatti il suo Sanremo non finisce con la settimana del Festival: è il prologo di un anno costruito sul live e su nuova musica in lavorazione. Dopo l’esperienza sanremese, si apre un 2026 che lo vede tornare all’essenza dell’esibizione dal vivo in una dimensione più raccolta e teatrale, dopo il successo del concerto speciale in Piazza del Plebiscito. A inaugurare la stagione saranno due date-evento all’Arena Flegrea di Napoli, il 25 e 26 settembre: una festa con fan e amici per celebrare un traguardo simbolico, “50 anni dal suo storico debutto sul palco”, prima del tour nei teatri da ottobre con “Sal Da Vinci – Live Teatri 2026”. È qui che la storia si chiude (e si riapre): perché TikTok può accendere la miccia, ma il luogo in cui Sal Da Vinci si sente davvero “a casa” resta quello che dice senza nemmeno doverlo dire: il palco.
di Federico Arduini
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- Tag: musica, sanremo2026
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