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Samuele Sartini e il remix de “L’emozione non ha voce”: “Orgoglioso che i ragazzi la scoprano così”

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il dj e Producer multiplatino Samuele Sartini, uno dei pochi artisti italiani capaci di imporsi sulla scena dance internazionale, sul suo remix de “L’emozione non ha voce”

Samuele Sartini

Samuele Sartini e il remix de “L’emozione non ha voce”: “Orgoglioso che i ragazzi la scoprano così”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il dj e Producer multiplatino Samuele Sartini, uno dei pochi artisti italiani capaci di imporsi sulla scena dance internazionale, sul suo remix de “L’emozione non ha voce”

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Samuele Sartini e il remix de “L’emozione non ha voce”: “Orgoglioso che i ragazzi la scoprano così”

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il dj e Producer multiplatino Samuele Sartini, uno dei pochi artisti italiani capaci di imporsi sulla scena dance internazionale, sul suo remix de “L’emozione non ha voce”

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“L’emozione non ha voce” è uno di quei classici pop italiani che continuano a vivere di generazione in generazione: pubblicato nel 1999 (testo di Mogol, musica di Gianni Bella), è rimasto per 101 settimane nella Top 50 italiana ed è diventato uno dei titoli-simbolo del “Celentano” più recente. Oggi quel brano rientra in circolo con “L’Emozione Non Ha Voce (Io Non So Parlar D’Amore) – Samuele Sartini Remix”, disponibile in fisico e in digitale, primo remix ufficiale che prova a tradurre questo classico nel linguaggio del club.

Sartini arriva a questo passaggio da producer e dj con un percorso internazionale, ma qui la partita è diversa: non si tratta di inseguire la nostalgia, piuttosto di lavorare sulla tenuta emotiva dell’originale dentro una struttura più energica e contemporanea. Il risultato, raccontano anche i numeri, sta funzionando soprattutto dove oggi si decide gran parte della percezione di un pezzo: sui social, con il remix diventato virale su TikTok superando i due milioni di visualizzazioni.

Lo abbiamo intervistato per farci raccontare come si affronta un’operazione del genere e cosa significa, nel 2026, trasformare una canzone così riconoscibile in un brano pensato per essere suonato nei club

Partirei subito dal remix che hai fatto: com’è nata la chiamata e quanto ci hai pensato?
È stata Chiara Bella, figlia di Gianni, a contattarmi, sull’onda del successo del mio remix di Marcella Bella. Mi chiama in piena estate e mi dice: “Samuele, avrei questa idea. Ne ho già parlato con mio papà: vorremmo ridare nuova vita a quello che probabilmente è il suo grande successo”, “L’emozione di una voce”, scritto a quattro mani con Mogol e interpretato da Adriano Celentano. La mia reazione è stata immediata: un’opportunità enorme, anche perché sono cresciuto con quella canzone e quella melodia fa parte della memoria collettiva.

Ti avevano anche anticipato che non sarebbe stata un’operazione semplice
Chiara mi ha fatto capire subito che sarebbe stata complicata, perché quando si tratta di Adriano Celentano non è mai facile autorizzare operazioni del genere e renderle ufficiali. Però ci siamo messi subito al lavoro e in pochi giorni avevamo una demo pronta: io e il mio team, con Paolo Sandrini e Alex Bruscato

E la demo a chi è arrivata?
Tramite Chiara l’abbiamo fatta ascoltare alla signora Claudia Mori. Dopo poche ore ci hanno ricontattato: Adriano e Claudia erano entusiasti del lavoro e ci hanno detto che saremmo usciti per Natale.

Ti ricordi il momento in cui hai ricevuto quel “via libera”?
Sì, me lo ricordo benissimo. Ero in autostrada, stavo guidando, mi chiama Chiara emozionatissima: “Samuele, mi ha appena chiamato la signora Mori: è stupendo, hanno detto che è stupendo e che usciamo a Natale”. È stata un’emozione incredibile, al punto che mi sono dovuto fermare. È uno di quei momenti che ti rimangono addosso per sempre.

“L’emozione di una voce” è trasversale: la conoscono tutti. Tu hai un legame particolare con quel brano?
Non ho “un aneddoto” specifico legato a quella canzone, però sì: è una delle colonne sonore della mia vita. È una di quelle melodie che ti entrano nelle vene e non escono più.

Approcciare un capolavoro del genere significa anche grande responsabilità. Come l’hai affrontata?
Quando abbiamo iniziato a lavorarci e abbiamo “steso” la voce di Adriano, ci siamo confrontati subito. Perché per rendere l’operazione davvero ufficiale dovevamo buttare il cuore oltre l’ostacolo: serviva scrivere qualcosa di nuovo. Non “meglio”, non mi permetterei mai, ed è impossibile ma nuovo, capace di catapultare il pezzo in una veste fresca e moderna, senza perdere la poesia e la magia del cantato di Celentano. Abbiamo trovato uno sviluppo armonico e una melodia che attraversa tutta la canzone e in certi punti arriva quasi a sostituire il ritornello: credo sia stata quella la chiave.

È interessante anche il fatto che oggi molti ragazzi potrebbero conoscere quel brano dalla tua versione, magari in discoteca. Che effetto ti fa?
Mi riempie d’orgoglio. Il remix è uscito da poche settimane, ma già nei club tanti ragazzi molto giovani, 20, 25 anni, mi fermano e mi chiedono di “quel remix di Adriano Celentano”. E penso che fosse proprio uno degli obiettivi dell’operazione: dare una nuova veste al brano e farlo conoscere, o almeno farlo ballare e apprezzare anche dalle nuovissime generazioni.

Anche perché poi il pezzo è tornato a circolare forte sui social.
Esatto. Dopo tanti anni è tornato virale su TikTok: c’è un video di un minuto in cui suono live in discoteca e ha superato i 2 milioni di visualizzazioni. È indicativo di quanto le persone amino quell’artista e, concedimi di dirlo, probabilmente anche del fatto che il nostro lavoro è stato recepito bene.

Tu però dicevi: in studio non pensi ai social.
Mai. Quando sono in studio non penso ai social e neanche alla viralità. Siamo focalizzati sul dancefloor: facciamo dance, e un disco dance deve funzionare in pista, altrimenti resta nel telefonino e a me non interessa. Poi è chiaro: dal minuto zero in cui esce, entra in gioco anche la parte social, che oggi è determinante.

Guardando la tua carriera: spesso si dice che gli italiani facciano fatica a “sfondare il muro delle Alpi”. Tu invece hai una dimensione internazionale. Come ci sei arrivato?
Io ho sempre cercato fin dal giorno zero di darmi un’impronta, un’identità musicale. All’inizio è stato difficilissimo. Trovare un suono davvero tuo, riconoscibile, è la cosa più complicata e richiede tempo. Il “disco che esplode” può capitare a molti, anche per fortuna, ma la continuità a livello internazionale arriva quando sei a fuoco come artista. Poi certo: contano anche le sinergie internazionali, le collaborazioni con partner, etichette e cantanti, e quello aiuta.

Quindi, più ricerca personale che inseguire quello che già funziona.
Sì. Io non seguo le mode: le osservo, ne prendo atto e, se serve, le adatto al mio linguaggio. Ti faccio un esempio: quando dominavano altri suoni, più “cattivi”, io mi sentivo dire che la mia roba era “morbidina”. Però ho tenuto la barra dritta sul mio suono. Questo, col tempo, è stato determinante.

Però osservare le ondate serve comunque, soprattutto nel mainstream
Assolutamente. Se esplode una scena – latin house, afro house, ecc – non puoi far finta di niente. Magari non la fai “pura”, ma puoi portarti dietro dei sapori, dei richiami. Io non ho mai fatto trap, per dire, però ho remixato Lazza perché aveva senso prendere quel momento e portarlo in chiave house: queste cose vanno capite e maneggiate.

Dal tuo punto di vista, cosa è cambiato di più nel mestiere del DJ rispetto a 15-20 anni fa?
È cambiato tutto. Prima bastava – “bastava”, tra virgolette, perché era già difficile – essere un buon selezionatore, avere sensibilità per il dancefloor, saper gestire una pista. Oggi non basta più essere bravo: devi costruire un brand, diventare imprenditore di te stesso, curare comunicazione, immagine. Sono mille dinamiche: per costruire una carriera e viverci, oggi devi lavorare a 360 gradi.

di Federico Arduini

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