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Sayf si racconta verso Sanremo 2026: “Non ho la presunzione di essere un simbolo, ma mi piace se nasce uno spunto. Una canzone può urlare senza armarsi”

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Sayf in gara tra i big a Sanremo 2026 con “Tu mi piaci tanto”: “Dopo tanti anni a fare musica senza grande esposizione, arriva sicuramente presto, ma non lo sento prematuro”

Sayf

Sayf si racconta verso Sanremo 2026: “Non ho la presunzione di essere un simbolo, ma mi piace se nasce uno spunto. Una canzone può urlare senza armarsi”

Sayf in gara tra i big a Sanremo 2026 con “Tu mi piaci tanto”: “Dopo tanti anni a fare musica senza grande esposizione, arriva sicuramente presto, ma non lo sento prematuro”

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Sayf si racconta verso Sanremo 2026: “Non ho la presunzione di essere un simbolo, ma mi piace se nasce uno spunto. Una canzone può urlare senza armarsi”

Sayf in gara tra i big a Sanremo 2026 con “Tu mi piaci tanto”: “Dopo tanti anni a fare musica senza grande esposizione, arriva sicuramente presto, ma non lo sento prematuro”

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In un mondo della musica popolato da fenomeni, trovare qualcuno con i piedi per terra è impresa non semplice. Sayf, genovese italo-tunisino classe ’99 in gara tra i big a Sanremo 2026 con “Tu mi piaci tanto”, è senza dubbio uno di questi. Lo capisci subito dal modo in cui ti accoglie: niente pose da star, ma le mani letteralmente in pasta mentre stende l’impasto per una focaccia di Recco, omaggio alle sue origini e promemoria del suo primo lavoro, il panettiere, iniziato a 17 anni.

«Per me è perfetto se la canzone si presenta da sola», mette in chiaro quasi subito, con quella calma di chi non ha fretta di piacere a tutti. «Ci tenevo che fosse il più spontanea possibile, è quello che mi sono sentito di fare». Sanremo, per Sayf, non è un punto d’arrivo, ma un passaggio naturale in un percorso che resta in costruzione: «Dopo tanti anni a fare musica senza grande esposizione, arriva sicuramente presto, ma non lo sento prematuro. Mi sembra un bel momento, coerente con quello che sono adesso» racconta.

Al centro c’è “Tu mi piaci tanto”, un brano che alterna un ritornello immediato a strofe fitte di immagini e riferimenti, dove leggerezza e peso specifico convivono. «È una canzone con due facce», spiega lui. «Da una parte c’è l’artista che gioca, ironizza, usa il sarcasmo per prendere sul serio quello che succede intorno, anche il contesto. Il ritornello quasi camuffa l’entità di quello che dico nelle strofe. Dall’altra c’è una parte più bambina, più spontanea, che è la contrapposizione naturale a tutto questo».

La chiusa è più di una semplice dichiarazione d’amore: «È la metafora del concentrarsi sulle piccole cose, sulle cose belle», dice. «Perché il mondo continua a girare, casino ce n’è comunque, la vita è bella ma piena di casini. Allora ha senso scegliere dove mettere lo sguardo, anche solo su una persona che ti fa stare bene».

Genovese fino al midollo («sono genovese pieno, non a metà», ci tiene a sottolineare), Sayf ha ben presente il peso della tradizione che si porta addosso: «Mi porto dietro tanto dal passato, perché mi piace ascoltare la musica di prima, italiana e non solo. A Genova pensi subito a Gino Paoli o Bruno Lauzi, ma ascolto anche molta musica napoletana. Mi piace studiare le storie di ieri per capire quelle di oggi. È utile per leggere come vanno le cose adesso».

Nel testo compaiono Cannavaro, Berlusconi, Tenco: un trittico che sembra un cortocircuito, ma che per lui ha un filo chiarissimo: «Il filo conduttore sono io, la mia prospettiva. Cannavaro e il discorso di Berlusconi fanno parte dei ricordi della mia infanzia, Tenco è un sentimento più personale. Per me questa è una fase di tirocinio artistico: sono esposto a dinamiche che possono essere pesanti. Con Tenco ironizzo amaramente su quello che è successo, su quanto l’industria non sia empatica: il commercio non è empatico, l’arte e le persone invece devono esserlo».

Berlusconi entra in scena con una citazione ribaltata: «Lo cito in maniera sarcastica, anche perché sono italo-tunisino», racconta. «“L’Italia è il Paese che amo” in bocca a uno come me suona diversa. Non è uno schieramento pro o contro, è restituire la complessità di un’Italia che vivi da dentro e guardi anche da fuori». Dentro la canzone c’è anche un’Italia che fa male: alluvioni, imprenditori, piazze, frammenti di cronaca che diventano memoria: «Parlo di un’Italia che ho percepito e che percepisco», spiega. «Alcune cose le ho vissute, come le alluvioni e l’andare a togliere il fango, altre le ho scoperte studiando. Mi interessa ricostruire, capire. C’è una frase forte, “se ci armate noi non partiamo”: gioca su “armiamoci e partite”. Il succo è che c’è chi decide che bisogna combattere e poi non ci va. Le guerre le fanno i corpi, le persone come noi. Tra l’ordine e l’esecuzione passano tante coscienze: se una si blocca, qualcosa si ferma». Non stupisce che qualcuno parli di canzone “politica”. Lui annuisce, ma con una precisazione: «Sì, nel senso arcaico del termine. Una canzone può essere politica se lancia un pensiero, uno spunto, se parla di vita reale senza armi in mano. Può urlare senza armarsi».

In un panorama in cui l’analisi sociale sembra spesso marginale rispetto all’intrattenimento, Sayf non crede però alla retorica del “prima si stava meglio”: «Penso che sia un discorso che riguarda tutta la società, non solo la musica. Si va verso una direzione sempre più individualista, la retorica del farcela, del diventare ricchi da soli. Il sentimento di società è stato un po’ abbandonato», riflette. «Ma allo stesso tempo, per quello che vedo su Internet, mi sembra che la generazione della mia età, o ancora di più quelli più giovani, sia capace di mobilitarsi. Si fanno sentire». Non a caso, quando gli chiedi se si sente “strumento” per i suoi coetanei, fa un passo indietro: «È troppo forte come parola. Non ho aspettative, non ho presunzioni. Dico quello che dico perché me lo sento, perché quando scrivevo questa canzone c’erano proteste, c’era la questione palestinese ben presente. Sono dinamiche che sento davvero. Se da una canzone nasce un seme, un pensiero, tanto meglio».

Sul possibile approdo all’Eurovision in caso di vittoria, resta prudente e scaramantico, ma non neutrale. «È una decisione che prenderei al momento», dice. «Però condivido le posizioni di chi manifesta per quello che succede, di chi si espone per delle cause. Ho seguito e seguo attivamente la questione palestinese, anche se mediaticamente si è un po’ spenta. Non bisogna far calare l’attenzione».

Le sue origini miste – padre italiano, madre tunisina – sono parte integrante del racconto: «Io mi sento genovese pieno, non a metà perché sono tunisino», precisa. «E allo stesso tempo, anche se mi definisci tunisino, sono pieno pure lì. Non mi sono mai sentito messo davvero in discussione a scuola, forse perché esteticamente non sono “attaccabile” in prima battuta. Però ho visto amici subire discriminazioni, e quello ti segna».

La questione identitaria passa anche dal nome d’arte. «In arabo sarebbe più “Seif”, ma a me piace Saif, mi suona più morbido», sorride. «È un nome che mia madre mi aveva detto che avrebbe potuto darmi. All’inizio mi vergognavo un po’ a usare il mio nome facendo musica, perché vuol dire esporsi, uscire allo scoperto con persone che ti conoscono in un altro modo. Non sono mai stato uno che cercava l’attenzione, quindi all’inizio mi pesava. Poi è diventato spontaneo, quasi liberatorio».

Intanto, nella cucina dove impasta e risponde, la focaccia è quasi pronta. È l’immagine perfetta di Sayf alla vigilia del suo primo Festival: un ragazzo che porta sul palco dell’Ariston un pezzo pieno di immagini, memoria e politica nel senso più umano del termine, ma che non ha smesso di sporcarsi le mani con la farina. Perché, prima di tutto, «la vita è bella, ma è piena di casino. E allora conviene concentrarsi sulle cose piccole, sulle cose che ti piacciono tanto».

di Federico Arduini

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