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title: "Sayf si racconta verso Sanremo 2026: &#8220;Non ho la presunzione di essere un simbolo, ma mi piace se nasce uno spunto. Una canzone può urlare senza armarsi&#8221;"
description: "Sayf in gara tra i big a Sanremo 2026 con \"Tu mi piaci tanto\": \"Arriva sicuramente presto, ma non lo sento prematuro\""
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date: 2026-02-02
author: Federico Arduini
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categories: [I personaggi]
tags: [musica, sanremo2026]
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# Sayf si racconta verso Sanremo 2026: &#8220;Non ho la presunzione di essere un simbolo, ma mi piace se nasce uno spunto. Una canzone può urlare senza armarsi&#8221;

![Sayf](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2026/02/UNA-FOTO-731-1024x639.jpg)

Sayf in gara tra i big a Sanremo 2026 con "Tu mi piaci tanto": "Dopo tanti anni a fare musica senza grande esposizione, arriva sicuramente presto, ma non lo sento prematuro"

**In un mondo della musica popolato da fenomeni, trovare qualcuno con i piedi per terra è impresa non semplice**. **Sayf, genovese italo-tunisino classe ’99 in gara tra i big a Sanremo 2026 con "Tu mi piaci tanto", è senza dubbio uno di questi**. Lo capisci subito dal modo in cui ti accoglie: **niente pose da star, ma le mani letteralmente in pasta mentre stende l’impasto per una focaccia di Recco,** omaggio alle sue origini e** promemoria del suo primo lavoro, il panettiere, iniziato a 17 anni**.

«**Per me è perfetto se la canzone si presenta da sola**», mette in chiaro quasi subito, con quella calma di chi non ha fretta di piacere a tutti. «Ci tenevo che fosse il più spontanea possibile, è quello che mi sono sentito di fare».** Sanremo, per Sayf, non è un punto d’arrivo, ma un passaggio naturale in un percorso che resta in costruzione**: «Dopo tanti anni a fare musica senza grande esposizione, arriva sicuramente presto, **ma non lo sento prematuro. Mi sembra un bel momento, coerente con quello che sono adesso**» racconta.

**Al centro c’è "Tu mi piaci tanto", un brano che alterna un ritornello immediato a strofe fitte di immagini e riferimenti**, dove leggerezza e peso specifico convivono. «**È una canzone con due facce**», spiega lui. «**Da una parte c’è l’artista che gioca, ironizza, usa il sarcasmo per prendere sul serio quello che succede intorno, anche il contesto. **Il ritornello quasi camuffa l’entità di quello che dico nelle strofe. Dall’altra c’è una parte più bambina, più spontanea,** che è la contrapposizione naturale a tutto questo**».

La chiusa è più di una semplice dichiarazione d’amore: «**È la metafora del concentrarsi sulle piccole cose, sulle cose belle**», dice. «**Perché il mondo continua a girare, casino ce n’è comunque, la vita è bella ma piena di casini. Allora ha senso scegliere dove mettere lo sguardo, anche solo su una persona che ti fa stare bene**».

**Genovese fino al midollo** («sono genovese pieno, non a metà», ci tiene a sottolineare), Sayf ha ben presente il peso della tradizione che si porta addosso: «**Mi porto dietro tanto dal passato, perché mi piace ascoltare la musica di prima, italiana e non solo**. A Genova pensi subito a Gino Paoli o Bruno Lauzi, ma ascolto anche molta musica napoletana. **Mi piace studiare le storie di ieri per capire quelle di oggi. È utile per leggere come vanno le cose adesso**».

Nel testo compaiono **Cannavaro, Berlusconi, Tenco**: un trittico che sembra un cortocircuito, ma che per lui ha un filo chiarissimo: «**Il filo conduttore sono io, la mia prospettiva. Cannavaro e il discorso di Berlusconi fanno parte dei ricordi della mia infanzia, Tenco è un sentimento più personale**. Per me questa è una fase di tirocinio artistico: sono esposto a dinamiche che possono essere pesanti. **Con Tenco ironizzo amaramente su quello che è successo,** **su quanto l’industria non sia empatica: il commercio non è empatico, l’arte e le persone invece devono esserlo**».

Berlusconi entra in scena con una citazione ribaltata: «**Lo cito in maniera sarcastica, anche perché sono italo-tunisino», racconta. «“L’Italia è il Paese che amo” in bocca a uno come me suona diversa. **Non è uno schieramento pro o contro, è restituire la complessità di **un’Italia che vivi da dentro e guardi anche da fuori**». Dentro la canzone c’è anche un’Italia che fa male: **alluvioni, imprenditori, piazze, frammenti di cronaca che diventano memoria**: «**Parlo di un’Italia che ho percepito e che percepisco**», spiega. «**Alcune cose le ho vissute, come le alluvioni e l’andare a togliere il fango, altre le ho scoperte studiando. Mi interessa ricostruire, capire. C’è una frase forte, “se ci armate noi non partiamo”**: **gioca su “armiamoci e partite”. Il succo è che c’è chi decide che bisogna combattere e poi non ci va. Le guerre le fanno i corpi, le persone come noi**. Tra l’ordine e l’esecuzione passano tante coscienze: se una si blocca, qualcosa si ferma». Non stupisce che qualcuno parli di canzone “politica”. Lui annuisce, ma con una precisazione: «Sì, nel senso arcaico del termine. Una **canzone può essere politica se lancia un pensiero**, uno spunto, se parla di vita reale senza armi in mano. **Può urlare senza armarsi**».

In un panorama in cui l’analisi sociale sembra spesso marginale rispetto all’intrattenimento, Sayf non crede però alla retorica del “prima si stava meglio”: «Penso che sia un discorso che riguarda tutta la società, non solo la musica. **Si va verso una direzione sempre più individualista, la retorica del farcela, del diventare ricchi da soli. Il sentimento di società è stato un po’ abbandonato**», riflette. «Ma allo stesso tempo, per quello che vedo su Internet,** mi sembra che la generazione della mia età, o ancora di più quelli più giovani, sia capace di mobilitarsi. Si fanno sentire**». Non a caso, quando gli chiedi se si sente “strumento” per i suoi coetanei, fa un passo indietro: «È troppo forte come parola.** Non ho aspettative, non ho presunzioni. Dico quello che dico perché me lo sento, perché quando scrivevo questa canzone c’erano proteste, c’era la questione palestinese ben presente.** Sono dinamiche che sento davvero. **Se da una canzone nasce un seme, un pensiero, tanto meglio**».

Sul possibile approdo all’Eurovision in caso di vittoria, resta prudente e scaramantico, ma non neutrale. «**È una decisione che prenderei al momento**», dice. «**Però condivido le posizioni di chi manifesta per quello che succede, di chi si espone per delle cause.** Ho seguito e seguo attivamente la questione palestinese, anche se mediaticamente si è un po’ spenta. **Non bisogna far calare l’attenzione**».

Le sue origini miste – padre italiano, madre tunisina – sono parte integrante del racconto: «**Io mi sento genovese pieno, non a metà perché sono tunisino**», precisa. «E allo stesso tempo, anche se mi definisci tunisino, sono pieno pure lì.** Non mi sono mai sentito messo davvero in discussione a scuola, forse perché esteticamente non sono “attaccabile” in prima battuta.** Però ho visto amici subire discriminazioni, e quello ti segna».

La questione identitaria passa anche dal nome d’arte. «**In arabo sarebbe più “Seif”, ma a me piace Saif, mi suona più morbido**», sorride. «È un nome che mia madre mi aveva detto che avrebbe potuto darmi. All’inizio mi vergognavo un po’ a usare il mio nome facendo musica, perché vuol dire esporsi, uscire allo scoperto con persone che ti conoscono in un altro modo. **Non sono mai stato uno che cercava l’attenzione, quindi all’inizio mi pesava. Poi è diventato spontaneo, quasi liberatorio**».

**Intanto, nella cucina dove impasta e risponde, la focaccia è quasi pronta**. È l’immagine perfetta di Sayf alla vigilia del suo primo Festival: **un ragazzo che porta sul palco dell’Ariston un pezzo pieno di immagini**, memoria e politica nel senso più umano del termine, ma che non ha smesso di sporcarsi le mani con la farina. **Perché, prima di tutto, «la vita è bella, ma è piena di casino. E allora conviene concentrarsi sulle cose piccole, sulle cose che ti piacciono tanto».**

di *Federico Arduini*
