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L’anonimato uccide, parla la madre di Tiziana Cantone

Intervista a Maria Teresa Giglio, madre di Tiziana Cantone, la ragazza che si suicidò nel 2016 dopo aver subito un fiume di veleno social
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È un percorso tortuoso fra la razionalità, la richiesta di assunzione di maggiore responsabilità da parte delle piattaforme social (per esempio su fenomeni come le shitstorm) e la componente emotiva. Maria Teresa Giglio – mamma di Tiziana Cantone, la ragazza che secondo i giudici si suicidò dopo aver subìto un fiume di veleno social per un video privato con il suo fidanzato finito su chat e siti porno – non ha ancora perduto le speranze di dare un volto ai dubbi lasciati dalla sentenza definitiva di ormai un anno fa. E non ha dimenticato chi accusava la figlia di essere in cerca di pubblicità, prima che emergesse la tragica verità.

«Tiziana non è riuscita ad avere giustizia in vita e me lo stanno impedendo anche ora» ripete la donna. È rimasta ovviamente molto colpita dalla recente morte di Giovanna Pedretti, la ristoratrice di Lodi inizialmente elogiata e poi presa di mira per il presunto messaggio fake in risposta a una recensione omofoba lasciata sul suo locale. In quel fuoco social che ha investito la Pedretti la signora Giglio vede un’analogia con quanto accaduto a sua figlia: «Ci sono punti di contatto fra le due storie. Ora c’è stata la gogna mediatica che ha travolto come uno tsunami quella donna e anche il nome e la vita di mia figlia. Una giornalista associò le immagini private alle generalità della mia Tiziana, che fu travolta da un’onda lurida quotidiana e uccisa due volte. Furono aperti diversi profili fake a suo nome. Nessuno conosce i problemi che si portava dietro quella donna, così come nessuno conosceva la mia Tiziana. È una vergogna che si parli di cose che non si sanno, di cose non accertate».

Una campagna di odio sul web può scattare per un niente e divampare velocemente: «Era davvero così importante questo post presunto fake su Facebook per cui si è generato un tale sciame di cattiverie social?» si domanda ancora Teresa. «È inaccettabile che gli influencer da milioni di follower possano scatenare un clima da gogna mediatica, decidendo con un clic della vita delle persone». Il confine della questione è ovviamente sottile e coinvolge figure professionali (e non solo) molto diverse fra loro: giornalisti, blogger e influencer sono chiamati a operare in un contesto reso più complicato dall’effetto moltiplicatore dei social. I temi sono il valore di una notizia, la sua veridicità e gli effetti collaterali mediatici derivanti della sua diffusione.

«Grazie alle mie battaglie quotidiane successive alla morte di Tiziana è stata prodotta una legge sul “revenge porn, un’espressione che neanche mi piace perché presuppone che qualunque tipo di materiale privato di una coppia sia sempre pornografia» ragiona la signora Giglio. «Si dovrebbe finalmente responsabilizzare chi naviga sui social, fornire regole sull’utilizzo, arrivare all’identità digitale mettendo fine alla proliferazione dei profili anonimi. Ci vorrebbe inoltre uno strumento rapido di rimozione del contenuto illecito prima che diventi virale. Con i social la situazione sta sfuggendo di mano perché si sposa un’immagine della Rete come luogo di impunità dove tutto è permesso. Erano nati per socializzare, non per offendere attraverso messaggi violenti, discriminatori, di odio verso categorie di persone, che poi danno luogo a certe tragedie».

Come se ne esce? Non sta certo alla mamma di Tiziana Cantone fornire ricette definitive: «Avevo deciso di non parlare più di mia figlia. Ma ho notato una certa tendenza al sensazionalismo e all’indifferenza anche a propositi di recenti casi di femminicidio. E siccome penso che su mia figlia non sia stata fatta giustizia fino in fondo, la mia battaglia continua».

di Nicola Sellitti

 

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