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Leon Panetta, ex direttore Cia: “Gli europei rimangano uniti per difendere Kiev e la Nato”

Leon Panetta ha le idee chiare sull’attuale presidente Usa Donald Trump e su quelle che dovrebbero essere le prossime mosse dell’Ue

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Leon Panetta – ex direttore della Cia, segretario della Difesa, capo di gabinetto di Bill Clinton e più volte deputato per il Democratic Party – ha le idee chiare sull’attuale presidente Usa Donald Trump: «Con la sua impostazione tattica e impulsiva, ha rotto la continuità strategica americana condivisa per decenni da democratici e repubblicani ».

Secondo il politico italoamericano, per ottant’anni Washington ha seguito un quadro strategico basato sull’idea che «gli Stati Uniti dovessero essere il leader mondiale», tramite «alleanze stabili e un esercito e una diplomazia forte», con la missione di «opporsi ai tiranni». Per Panetta Trump ha spezzato questa continuità: «Si comporta come se fosse ancora un immobiliarista di New York, convinto di poter piegare rapporti politici, alleanze e controversie internazionali a una logica di convenienza immediata e di legami personali per cui non esistono nemici o alleati fissi».

Ai tempi del suo primo mandato alla Casa Bianca esistevano ancora ‘guardrail’ grazie all’azione di figure che ne contenevano gli eccessi. In questo secondo giro alla presidenza degli Stati Uniti, Trump «ha invece fatto della lealtà la qualità prioritaria richiesta ai propri collaboratori e il risultato è sotto gli occhi di tutti». Oggi il presidente «dice quello che vuole dire, fa quello che vuole fare senza alcun controllo, riducendo ogni tensione a una diatriba personale, come si è visto nelle polemiche con il papa e con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni».

Per quanto riguarda gli alleati, il suo giudizio è chiaro: se vogliono difendere la Nato, gli europei dovranno «puntare sulla difesa e lavorare insieme, perché purtroppo non possono più dare per scontato il ruolo tradizionale americano». L’Unione Europea deve pertanto «garantire la propria sicurezza e difendersi dalle autocrazie».

Sul Medio Oriente Panetta non esclude spiragli: «Potrebbe esserci un’opportunità per porre fine a questa guerra» dice in particolare sulla questione iraniana. E in questo senso «la mediazione del Pakistan permette di nutrire alcune speranze. Trump ha però fallito sia nell’obiettivo del cambio di regime sia in quello del leader change. L’Iran non è il Venezuela, così abbiamo ancora un sistema degli ayatollah al potere che anzi è stato rafforzato da questo conflitto». Ciò rende fragile anche una possibile tregua. Se Teheran ne uscisse convinta di aver resistito a Usa e Israele, «il regime continuerà a rafforzarsi, a sviluppare missili, a cercare occasioni per sviluppare la propria capacità nucleare». Il Medio Oriente continua a essere un teatro in cui «sovente ci sono guerre e tensioni in quanto non abbiamo risolto le cause profonde della sua instabilità. Per farlo servirebbe un’azione comune basata su cooperazione e orizzonti multilaterali per stabilizzare la regione». Tutto il contrario dello stile trumpiano.

Parlando del conflitto russo-ucraino, l’ex direttore della Cia è ancora più netto: «L’invasione russa è l’aggressione di una potenza che nega a un popolo sovrano il diritto di scegliere il proprio destino». Per questo Stati Uniti ed Europa «devono continuare a sostenere Kiev». Ora conta soltanto lanciare un messaggio: «Putin deve sapere che sarà sconfitto in Ucraina». Solo allora Mosca negozierà davvero, perché «il Cremlino capisce soltanto il linguaggio della forza. Gli europei pertanto devono difendere gli ucraini anche di fronte alle ambiguità di Trump». Iran e Ucraina sono in questo senso due crisi interconnesse. Una resa su uno dei due fronti minerebbe la stessa credibilità occidentale. Panetta teme pertanto che un’America guidata da una presidenza «priva di una grande strategia» possa abbandonare il fronte ucraino, quando «servirebbe invece un più intenso impegno a sostegno di Kiev».

Occorre dunque «un risveglio dei valori liberaldemocratici e occidentali». E ciò può avvenire solo «attraverso una vittoria dei democratici alle elezioni di metà mandato, capace di ripristinare il ruolo dei contrappesi istituzionali nel Congresso, e soprattutto tramite una maggiore unità dell’Europa».

Di Francesco Subiaco

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