Misi lo sci ai piedi dell’Italia, parla l’ex sciatore Gustav Thoeni
Il celebre sciatore Gustav Thoeni è stato il grimaldello per l’ingresso dello sci nelle case degli italiani. Le sue parole
Per edificare la leggenda di uno sportivo il palmarès conta, eccome. Nel nostro caso ci sono quattro Coppe del Mondo generali (fra il 1971 e il 1975), cinque di specialità e poi i Mondiali, senza dimenticare le Olimpiadi: medaglia d’oro nello slalom gigante e argento nello speciale a Sapporo 1972, argento a Innsbruck quattro anni dopo. Gustav Thoeni – è di lui che parliamo – è stato anche il grimaldello per l’ingresso dello sci nelle case degli italiani. Da sport di nicchia a fenomeno di massa, aprendo la strada ad altre leggende che, una ventina d’anni più tardi, avrebbero arricchito il panorama azzurro con una venatura pop (Alberto Tomba).
Thoeni vuol dire anche “Valanga azzurra”, quel gruppo di atleti straordinari (fra cui Piero Gros, Paolo De Chiesa ed Herbert Plank, allenati da Mario Cotelli) che pure negli anni Settanta non hanno mai potuto ricevere la gratificazione di partecipare a un’edizione dei Giochi invernali organizzata in Italia. «Non ci ho mai realmente pensato, di sicuro sarebbe stato molto bello. Mettiamola così: almeno i Giochi di Innsbruck non si disputarono molto lontano da casa mia…» sdrammatizza Thoeni raccontandosi a “La Ragione” a pochi giorni dal via delle Olimpiadi di Milano Cortina. «Penso però alla pressione che c’è oggi sugli atleti in gara. È inevitabile, un ostacolo in più lungo la marcia di avvicinamento al grande evento, che non si presenta per nulla facile».
Per Thoeni Cortina è come essere a casa. Un luogo d’elezione: «Provo grandi emozioni per il fatto che le Olimpiadi si svolgano qui. Su queste piste ho disputato le gare studentesche negli anni Sessanta. Ricordo che avevo il mito del grande Zeno Colò e provavo a emularlo. Ma ripeto: i Giochi in Italia sono un grande momento per lo sport del nostro Paese. Ed essere fra gli ultimi tedofori a Cortina per me sarà un grande onore».
Il grande campione non se la sente di prodursi in pronostici ma riserva qualche parola per Federica Brignone, rientrata in gara nel gigante di Plan de Corones soltanto pochi giorni fa, a dieci mesi dalla terribile caduta in Val di Fassa che le è costata una doppia operazione a un ginocchio e mesi di riabilitazione: «Deve decidere lei se se la sente di gareggiare a quelle velocità. La sua prima gara dopo l’incidente è andata molto bene, mi è parsa a posto, scia alla grande. Sembra quasi che non arrivi da un infortunio così serio. Ha ancora alcuni giorni davanti a sé e certamente non ha bisogno dei miei consigli: è esperta, molto brava, saprà sicuramente prendere la decisione migliore per lei».
Secondo Thoeni, l’Italia arriva ai Giochi con parecchi assi da giocarsi. «Siamo forti nello slittino e nel biathlon; stanno andando molto bene i discesisti, come dimostra il recente grande successo di Giovanni Franzoni. Poi di solito ai Giochi è vero che vincono spesso i favoriti, ma si tratta pur sempre di una gara secca, ci sono molti fattori che possono incidere. In genere emerge chi ha personalità: è successo ad Alberto Tomba e a Deborah Compagnoni, per esempio».
Oggi Thoeni si gode i suoi 12 nipoti, tutti innamorati della neve. «Qualcuno di loro avrebbe anche un po’ del talento del nonno, ma non sono stati spinti alla carriera agonistica né dai genitori né da me. Hanno il fisico giusto, sono molto bravi, ma per ora fanno giusto qualche gara qui intorno. Vedremo». In verità un erede di Thoeni ci sarebbe. Ed è stato lo stesso simbolo della “Valanga azzurra” a rivelarlo in passato: «Credo che Jannik Sinner sia un ‘moderno Thoeni’ per concentrazione e positività» disse in un’intervista.
La stella del nostro tennis aveva cominciato con gli sci ai piedi e prometteva benissimo, in effetti. Se avesse scelto le piste invece che i campi con la rete, oggi lo attenderemmo al cancelletto di partenza? Gustav Thoeni sorride: «Visto come sono andate le cose, mi pare proprio che abbia fatto la scelta più giusta. E poi ai Giochi forse in futuro lo vedremo lo stesso, ma con la racchetta in mano».
di Nicola Sellitti
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