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Patrizia Mercolino, mamma del piccolo Domenico: “Il suo cuore farà del bene”

Patrizia Mercolino dalla morte del piccolo Domenico ha accettato la ribalta mediatica per farsi portavoce di un messaggio: tenere viva la memoria del bimbo

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Osservandola mentre parla del suo piccolo Domenico Caliendo, morto a poco più di due anni a febbraio dopo il trapianto di cuore fallito a dicembre all’Ospedale Monaldi di Napoli, Patrizia Mercolino sembra proteggerlo fisicamente, quasi fosse ancora nelle sue braccia. Schiva e misurata, dalla sua morte ha accettato la ribalta mediatica per farsi portavoce di un messaggio: tenere viva la memoria del bimbo, esplicitata anche attraverso la “Fondazione Domenico Caliendo”, creata un paio di mesi fa e che sostiene chi è stato vittima di errori medici e non ha i mezzi economici per tutelarsi.

«È proprio così, porto Domenico con me dove viene ricordato. Lo sto proteggendo anche adesso, l’ho fatto dalla nascita e lo farò sempre. Lo porto in giro con il sorriso, perché Domenico era così» racconta la signora Patrizia a “La Ragione”. Assieme all’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, ha scritto “Un cuore bruciato. La tua storia. Per non dimenticare” (Piemme): è un libro che delinea il percorso di vita del piccolo Domenico, ultimo di tre figli, dagli esordi della patologia – una miocardiopatia dilatativa che imponeva un trapianto – alle cure, sino a dicembre 2025: la telefonata improvvisa, la notizia di un cuore compatibile proveniente da Bolzano.

Purtroppo era solo l’inizio della fine: in quel momento partiva la lunga catena di errori umani che avrebbe portato all’inutilizzabilità dell’organo. Dopo altre settimane in cui il piccolo lottò per sopravvivere collegato alle apparecchiature sanitarie, arrivò il decesso. «Sono una donna come tante che ha dovuto vivere una tragedia come poche. La mia è una lunga lettera d’amore a mio figlio, voglio che Domenico non sia mai dimenticato» spiega mamma Patrizia, mai sopra le righe eppure così determinata. «La proposta di scrivere questo libro mi è arrivata qualche mese fa.

La vicenda giuridica di Domenico è conosciuta in tutta l’Italia, quindi ho scritto della sua vita e del nostro rapporto, si capisce perché lo chiamavo “guerriero”. Spero riesca a dare un po’ di forza a tante altre mamme in condizioni simili alle mie». La fondazione che porta il nome di suo figlio si occupa di fornire supporto a chi ritiene di essere vittima di malasanità: dall’assistenza legale al supporto relazionale e psicologico. «L’idea mi è venuta mentre Domenico era ancora sul lettino della terapia intensiva, non pensavo poi che fosse tutto così immediato e di ricevere così tanto aiuto» dice ancora la signora Patrizia. «Anziché prendere i soldi che volevano darci per aiutare la nostra famiglia, ho pensato che potessero essere utili per aiutare gli altri.

Aiuteremo chi ha bisogno e non ha le possibilità». La fondazione è una specie di contenitore in cui riversare le forze a disposizione per ricordare suo figlio e per non crollare: «La mia famiglia resta la stessa, non cambierà mai. Così come purtroppo anche il dolore non passerà mai: stiamo vivendo malissimo la sua perdita, con mio marito facciamo da scudo ai nostri bambini. Devo andare avanti per loro e per farlo devo avvertire la presenza fisica di Domenico, mi serve nel quotidiano per andare avanti nella battaglia giuridica, non posso permettermi di piangere sul divano».

Appunto, la battaglia giuridica. Sette gli indagati per il trapianto fallito, tra cui il cardiochirurgo del Monaldi responsabile del trapianto, Guido Oppido, e Gabriella Farina, medico dell’ospedale napoletano che ha effettuato l’espianto di cuore a Bolzano. Per la Procura di Napoli il cuore del bambino sarebbe stato espiantato troppo presto, quando il cuore donato non era stato ancora controllato. Un errore che, secondo gli investigatori, avrebbe compromesso l’intervento. Stando all’informativa del 5 maggio scorso, ci sarebbero anche presunte falsità nella cartella clinica.

Mamma Patrizia intende andare fino in fondo: «Voglio solo avere giustizia, tragedie come quella che ha colpito mio figlio e la nostra famiglia non dovranno più accadere a nessuno. Anche se so già che, alla fine, non ne trarrò sollievo».

Di Nicola Sellitti

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