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title: In quelle celle serve dignità, parla Cristiano Scardella
description: Non aveva neanche 25 anni Aldo Scardella quando una pattuglia della Squadra mobile di Cagliari si presentò a casa sua per una perquisizione
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date: 2024-09-19
author: Valentino Maimone
url: https://laragione.eu/interviste/scardella/
categories: [Interviste e opinioni]
tags: [giustizia]
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# In quelle celle serve dignità, parla Cristiano Scardella

![Scardella](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/09/Evidenza-sito-1485-1024x639.jpg)

Non aveva neanche 25 anni Aldo Scardella quando, all’alba del 26 dicembre di tanti anni fa, una pattuglia della Squadra mobile di Cagliari si presentò a casa sua per una perquisizione

Facciamo così:** visto che la contabilità dei suicidi in carcere sta evidentemente provocando assuefazione **– se è vero che il tassametro continua a scorrere al ritmo di un caso ogni 3 giorni e mezzo e ormai la notizia finisce in coda ai tg o in un trafiletto in basso a sinistra –** proviamo ad affrontare l’argomento da un’altra prospettiva.** **La fascia di età in cui si registra il maggior numero di detenuti che si tolgono la vita è quella fra i 18 e i 24 anni **(dati del Ministero della Giustizia). Che cosa sappiamo di questi giovani? **Nulla più di qualche gelida riga su un comunicato istituzionale.** Quanto ci preoccupiamo del percorso di recupero che avevano intrapreso, delle loro responsabilità (un detenuto su tre è in attesa di giudizio), dei motivi che li hanno spinti a farla finita, della sofferenza delle loro famiglie? Ancora meno, cioè niente.

**Non aveva neanche 25 anni Aldo Scardella quando, all’alba del 26 dicembre di tanti anni fa, una pattuglia della Squadra mobile di Cagliari si presentò a casa sua per una perquisizione.** Gli investigatori si erano convinti di aver individuato in lui, studente universitario incensurato, uno dei banditi che tre giorni prima avevano rapinato un negozio di liquori e ucciso il titolare.

«**Lo portarono in Questura, poi non ne sapemmo più nulla.** Per dieci giorni nessuno comunicò ai miei genitori in quale carcere lo avessero portato.** E anche quando lo venimmo a sapere, ci impedirono di andarlo a trovare per tre mesi e mezzo**» **ci racconta oggi il fratello Cristiano**. «**Per dieci giorni non poté usufruire di un difensore, perché con scuse sempre diverse non gli fu consentito di firmare la delega necessaria ad attribuire il mandato**. E anche quando ci riuscì, quel difensore non lo incontrò mai». Ad Aldo Scardella fu negata l’autorizzazione ad assistere alla Messa di Pasqua, ad appendere *poster* e disegni alle pareti della sua cella, dove peraltro la luce non veniva spenta neanche di notte. Intanto diverse perizie avevano escluso che il giovane avesse sparato o indossato il passamontagna ritrovato nelle vicinanze di casa sua.** E il pm non tenne conto di un’altra pista concreta indicata dalla polizia.**

Poi arrivò il 2 luglio 1986. «**Lo trovarono impiccato nella sua cella. Accanto al corpo c’era un biglietto con su scritto “Muoio da innocente”**» ricorda Cristiano. «**Nel suo sangue c’era metadone, nonostante non fosse mai stato un tossicodipendente.** Noi familiari avevamo potuto vederlo solo tre volte in sei mesi. **Venne fuori che il giudice istruttore non lo aveva mai interrogato e aveva condotto un’attività processuale ‘esigua’. **Eppure quel magistrato se la cavò con una censura del Csm.** In seguito saltarono fuori i veri responsabili di quella rapina. Se solo penso alla disperazione che deve aver provato mio fratello, sto male ancora oggi**».

**Nessuno meglio di Cristiano Scardella sa cosa vuol dire suicidarsi dietro le sbarre**: «Questa storia ha tolto la vita al mio adorato Aldo e ha rovinato per sempre la mia. **Al di là di quelle mura c’è una sofferenza immane, una solitudine impossibile da capire per noi che siamo fuori**. **Le istituzioni ci mettono del loro, costringendo i detenuti a vivere in condizioni indecenti.** I *media* si ricordano di quel mondo solo quando ci sono le rivolte, senza però approfondire i veri motivi del disagio che porta i detenuti a esplodere. **Il carcere può piegare chiunque, anche chi crede di essere forte.** Ecco perché si può arrivare al suicidio, proprio com’è capitato a mio fratello. E non c’entra essere innocenti o colpevoli: come qualunque essere umano, anche loro hanno diritto a essere trattati con dignità».

La sua amarezza è tutta in una considerazione finale: «**Non posso pensare che probabilmente quel che è successo ad Aldo stia succedendo ad altri.** I tempi sono diversi, è cambiato il codice di procedura penale, ma se mi guardo attorno l’impressione è che si sia fatto ben poco per andare davvero avanti. E questo mi fa soffrire».

di* Valentino Maimone*
