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Washington, il racconto di Iacopo Luzi degli spari alla cena dei corrispondenti: “In quei secondi pensavo potesse succedere di tutto”

Iacopo Luzi, corrispondente per Sky Tg 24, La Stampa e ADNKronos dalla Casa Bianca, era seduto in sala a Washington quando sono partiti i colpi. Era la sua prima cena dei corrispondenti

 

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La cena dei corrispondenti della Casa Bianca era cominciata da poco quando la sala ha improvvisamente cambiato volto. Donald Trump era appena arrivato insieme ai membri del suo gabinetto e, tra i presenti, ha fatto notizia anche la presenza contemporanea del presidente e del vicepresidente JD Vance, un dettaglio che ha subito attirato l’attenzione dei cronisti in sala. Quella che doveva essere una serata di gala, nel giro di pochi istanti, si è trasformata in un momento di tensione e paura, con gli spari che hanno spezzato l’atmosfera e gettato nel caos uno degli appuntamenti più simbolici della politica americana.
Tre, ravvicinati. L’aggressore, un uomo armato fino ai denti, aveva bucato il primo perimetro di sicurezza dell’evento più sorvegliato del calendario politico americano. Non è mai riuscito a raggiungere la sala, ma ha trasformato il galà dei duemila e seicento giornalisti della Casa Bianca in una delle notti più surreali della recente storia di Washington. Iacopo Luzi, corrispondente per Sky Tg 24, La Stampa e ADNKronos dalla Casa Bianca, era seduto in sala quando sono partiti i colpi. Era la sua prima cena dei corrispondenti.

Era la tua prima cena dei corrispondenti. Raccontaci com’è iniziata la serata.
Ero contentissimo, foto sul red carpet, tutta l’emozione. Questa viene chiamata anche la “nerd prom”, il galà dei nerd, perché i giornalisti della Casa Bianca sono un po’ così definiti perchè stanno sempre dietro al presidente. Avevamo un tavolo un po’ defilato, uno di quelli vicini alla porta. Della serie: “Guarda un po’, alla prima cena mi hanno messo vicino alla cucina.” E poi di colpo sentiamo gli spari. Vicinissimi. Bam, tre colpi.

Come hai capito subito cosa stava succedendo?
Per esperienza pregressa: ho lavorato in Medio Oriente, quindi gli spari impari a riconoscerli. Il primo colpo l’ho sentito e ho pensato: qualcuno ha fatto cadere un vassoio, un carrello. Poi quando ho sentito la raffica, probabilmente il momento in cui il servizio segreto ha risposto ai colpi, ho capito subito che era una sparatoria. E in quel momento, con Trump e J. Vance presenti insieme nello stesso posto, cosa che di norma non dovrebbe accadere per protocollo della Casa Bianca, ho pensato: qui siamo messi male.

All’inizio però non tutti se ne sono accorti, giusto?
C’era la baraonda, il rumore, tutti stavano mangiando. Poi abbiamo visto le persone che da fuori scappavano dentro e qualcuno ha gridato “shooting, shooting”. Lì è scoppiato il panico, anche se non era un fuggi fuggi nel senso classico, perché lo spazio era stretto e pieno e non c’era molto dove andare. Tutti a terra: chi dietro le colonne, chi sotto le sedie, chi dietro i tavoli. Io pensavo: se entrano qui ci sparano come pesci in un barile.

Guardando le ricostruzioni, dov’era esattamente l’aggressore?
Dal piano sopra, dove c’era stato il cocktail party, dove c’erano i metal detector. Lì Collin Allen ha provato a forzare il perimetro ed è stato fermato. Quindi non si è mai avvicinato alla sala: erano almeno cinquanta metri. Però quello che fa venire i brividi è che aveva bucato il primo perimetro di sicurezza. Dicono fosse un ospite dell’hotel e questo spiegherebbe molte cose.

Che armamentario aveva?
Qui bisogna sempre guardare il trend degli aggressori. Sono spesso lupi solitari, anche se qui colpisce l’età sui 30 anni visto che di solito ne hanno una ventina, che crescono con Call of Duty e arrivano a questi momenti reali armati fino ai denti: coltelli, fucili, pistole, giubbotto antiproiettile. In questo caso il giubbotto non l’ha salvato perché non è stato colpito, però si preparava per il peggio. La domanda resta come sia riuscito a entrare.

Quella sala era sotterranea, quindi anche le comunicazioni erano difficili
La prima cosa a cui ho pensato è stata: devo avvisare mia moglie e mio padre. Mio padre dormiva, siamo in Italia, ma mia moglie era sveglia. Senza segnale ho provato lo stesso a mandare un messaggio: “Sto bene, tutto ok, c’è stata una sparatoria.” Siccome lei pensa sempre che la stia prendendo in giro, quando finalmente è riuscita a leggerlo ha capito che questa volta era tutto vero.
C’è stato chi tremava, chi piangeva, chi era in stato di shock. Io invece ho avuto subito il clic del giornalista: la paura mi è scomparsa di colpo e ho detto “Qui bisogna raccontarla”. Ho pubblicato un video sui social che poi è stato ripreso da mezzo mondo.

Hai guardato anche verso il palco, verso Trump?
Sì, perché l’idea immediata è stata: qualcuno ha sparato dall’esterno e ha colpito il presidente. Senti dei colpi, non sai dove siano andati, non sai cosa sia stato. Tutto era possibile nei primi trenta, sessanta secondi. Poi abbiamo visto entrare in massa gli agenti, sia in tenuta tattica con fucili da guerra, sia in borghese. La priorità era ovviamente portare via Trump, Melania, JD Vance e tutti quelli che erano sul palco. Kash Patel, il direttore dell’FBI, aveva la faccia di un fantasma quando l’ho visto uscire col telefono in mano: non so se è già arrivata la notizia, ma mi sa che lo destituiranno a breve, perché al di là delle polemiche è apparso incompetente agli occhi di tutti.

di Federico Arduini

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