Chi è davvero Banksy? Quando la caccia all’identità rischia di rovinare l’opera
A cosa serve davvero, oggi, “inchiodare” per sempre un nome e un cognome a Banksy?
Chi è davvero Banksy? Quando la caccia all’identità rischia di rovinare l’opera
A cosa serve davvero, oggi, “inchiodare” per sempre un nome e un cognome a Banksy?
Chi è davvero Banksy? Quando la caccia all’identità rischia di rovinare l’opera
A cosa serve davvero, oggi, “inchiodare” per sempre un nome e un cognome a Banksy?
Nel 2008 il Mail on Sunday aveva avanzato un’ipotesi destinata a fare il giro del mondo: dietro lo pseudonimo Banksy ci sarebbe Robin Gunningham, classe 1973, cresciuto a Bristol. A distanza di anni, una nuova inchiesta rilancia e aggiorna quella pista: quell’uomo, proprio per proteggere l’anonimato che ha alimentato il mito dei suoi stencil, avrebbe cambiato legalmente nome in David Jones, uno dei più comuni nel Regno Unito – e, non a caso, lo stesso nome di battesimo di David Bowie. Proprio Bowie, con il suo Ziggy Stardust, avrebbe ispirato anche il celebre ritratto di Banksy della Regina Elisabetta in versione glam-rock.
L’indagine incrocia tutto ciò che si è accumulato nel tempo intorno all’artista: foto e video in cui appare mascherato, testimonianze, cronache di interventi in strada, fino ad arrivare a documenti considerati decisivi, come quelli legati a un arresto avvenuto nel 2000 a New York. Su questa base, i giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison hanno lavorato come se stessero ricostruendo il profilo di un latitante culturale più che di un semplice artista: partendo da un’opera realizzata in Ucraina nel 2022, hanno seguito ogni traccia reperibile, ogni segno lasciato ai margini dei muri.
Nel loro lavoro riaffiora anche un altro nome che negli anni è stato spesso evocato: Robert Del Naja, frontman dei Massive Attack, più volte indicato come possibile “vero Banksy”. La nuova ricostruzione, pur smentendo l’idea della sovrapposizione totale tra i due, lo colloca comunque molto vicino al cuore del progetto: Del Naja sarebbe un collaboratore stabile, un complice creativo, e alcune opere potrebbero essere nate a quattro mani. Ancora una volta, dunque, più che una singola figura monolitica, Banksy sembra assumere i contorni di un collettivo, o di un’identità porosa in cui si intrecciano percorsi diversi.
Ed è qui che una domanda inevitabile affiora: a cosa serve davvero, oggi, “inchiodare” per sempre un nome e un cognome a Banksy? La curiosità è umana, quasi istintiva, e il lavoro giornalistico ha tutto il diritto di inseguire verità scomode. Ma nel caso di un artista che ha costruito la propria forza proprio sull’assenza di un volto ufficiale, sulla possibilità che chiunque potesse proiettarsi dietro quello pseudonimo, l’ossessione di smascherarlo rischia di trasformarsi in un cortocircuito.
L’anonimato di Banksy non è solo un vezzo: è parte integrante dell’opera, ne condiziona la lettura politica, ne amplifica la portata simbolica. Sapere con certezza che si chiama David Jones, o Robin Gunningham, cosa aggiunge davvero al significato di un’azione come quella di tritare in diretta una sua tela in asta o di comparire sui muri di una città bombardata? E così, nel tentativo di risolvere il mistero, rischiamo di spezzare proprio quella sospensione magica che ha reso Banksy un caso unico: la sensazione che l’opera conti più dell’ego di chi la firma e che l’artista, per una volta, possa davvero coincidere solo con ciò che lascia sui muri del mondo.
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- Tag: Arte
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