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Pochi laureati in Italia

In Italia abbiamo pochi laureati, meno della media europea. Abbiamo più del 25% di giovani che non studia e non lavora. In Spagna ne hanno il 18, in Francia il 14, nel resto dell’Unione europea meno di 11. 

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In Italia abbiamo pochi laureati fra i giovani, meno della media europea. Le matricole diminuiscono, sicché non solo non è cominciata la risalita ma continua la discesa. Cercare di tenere su il morale con i dati su cui punta Almalaurea serve a poco. Che importa sapere che certi atenei possono festeggiare il 90% dei propri laureati al lavoro, cinque anni dopo la laurea, quando siamo il Paese che ha un numero enorme di posti di lavoro scoperti, per mancanza di competenze o volontà? Dovrebbero essere al lavoro cinque minuti dopo. Che un laureato al Nord abbia il 43,7% di possibilità in più di ritrovarsi al lavoro, rispetto a un laureato al Sud, non riesce a stupire nessuno. Il che significa che anche il titolo di studio non cambia la situazione.

Abbiamo più del 25% di giovani che non studia e non lavora. In Spagna ne hanno il 18, in Francia il 14, nel resto dell’Unione europea meno di 11. Escludendo ci sia stata una moltiplicazione di anacoreti, quel numero impressionante dice che si può vivere anche senza fare niente. O lavorando in nero. A quel punto potrebbe non essere decisivo conoscere (sempre dati Almalaurea) la retribuzione dei dottori lavoranti, anzi: se dopo avere studiato per anni e dopo essere andato a lavorare un laureato in materie scientifiche prende sui 1.600 euro al mese, va a finire che i renitenti allo studio e al lavoro – sommando sussidi, bonus e pensione dei nonni – si ritrovano un reddito spendibile paragonabile, comunque non tassato. Se si vuol rendere quei conti più attraenti li si deve estendere negli anni, seguire le diverse condizioni nel corso della vita. A parte la dignità del vivere guadagnando piuttosto che raccattando.

Tutto questo pone una questione: non abbiamo il benché minimo dubbio sull’utilità dell’istruzione e dello studio, ma serve l’università? O, meglio: questa università? I numeri sono eloquenti e raccontano che per moltissimi giovani (e loro famiglie, ragionevolmente) la risposta è negativa. E non hanno tutti i torti.

L’università non è una specie di istituto tecnico blasonato. Chi la frequenta ha diritto di sapere quali risultati ha conseguito l’ateneo cui si è iscritto, quali il docente che gli tiene lezione. Ha diritto di puntare all’eccellenza, come anche di coltivare la consapevolezza di mirare a un livello intermedio. Ma sapendo prima se stia correndo la velocità o la resistenza. Invece, a parte i casi particolari di determinate facoltà, si è creato un sistema a gara unica, medaglia uguale e contenuti fiacchi. Una presa in giro, di cui è ragionevole diffidare.

Le università non devono essere un sistema, ma in concorrenza fra di loro. Esiste un sistema bancario, prima italiano e poi europeo, ma si chiama così perché risponde a regole e garanzie comuni, mentre ogni singola banca è un’azienda in concorrenza con tutte le altre. Il loro comune interesse è che il sistema non crolli, mentre provano a fregarsi i clienti le une con le altre. Il sistema universitario non è composto da soggetti che si fanno concorrenza, semmai concorrono nel non scatenare inopportune gare. Il sistema di finanziamento non solo non è indirizzato alla qualità, ma ha aspetti che la umiliano. Se indirizzo i quattrini dove si sfornano più laureati può darsi stia premiando la produttività, ma non è escluso che stia moltiplicando l’ignoranza titolata. Difatti senti poi parlare i titolati e ti chiedi non chi fosse il professore, ma il maestro alle elementari.

L’idea che si vada in cattedra con un concorso e, una volta arrivatici, si possa andare in letargo fino alla pensione è doppiamente corruttiva. Il concorso, per ragioni che potete trovare nelle cronache giudiziarie. La letargia, con progressione per anzianità, perché esclude i giovani, la competizione, l’eccellenza. Se capita è per sbaglio o fortuna. I concorsi sono un’ipocrisia, la cattedra a vita una tomba. Ciascuna università si scelga i docenti e sia libera di mandarli via. Saranno i risultati a stabilire se sia il caso di chiuderla o ampliarla. Le famiglie partecipino di più alla spesa, in modo che siano meno indifferenti a quel che pagano. Gli studenti competano per le borse di studio, imparando a conteggiare il tempo con il metro del denaro. E basta con l’insensato valore legale del titolo di studio, livella mortale che funziona al ribasso.

 

Di Davide Giacalone

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