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Il genio di Salvador Dalì, il male e l’enigma di Hitler

La genialità di Dalì lo spinse a raccontare il tema del male attraverso una delle personalità più emblematiche del XX secolo: Adolf Hitler.

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«A sei anni volevo diventare cuoco. A dieci, Napoleone. Da allora in poi le mie ambizioni son sempre venute crescendo». Si sa, occorre una percezione smisurata di sé stessi per farcela nella vita. E di certo il pittore spagnolo Salvador Dalì ce l’aveva.

Smisuratissima. Fino a farne il metro non soltanto della propria arte ma anche del mondo che gli ruotava attorno. Artisti concorrenti compresi. Del suo duellare – in punta di talento – con l’altro geniale spagnolo Pablo Picasso, Dalì registrava: «Picasso è un genio. Anch’io. Picasso è spagnolo. Anch’io. Picasso è comunista. Io no».

La misura e la dismisura, abbracciate. Sia che vedesse il formaggio Camembert nei suoi orologi molli che si scioglievano, sia che scambiasse la musa della sua vita, Gala, per una Madonna del Masaccio, il registro, il senso e il gusto di Dalì eran sempre esagerati. Nella sua autobiografia “La mia vita segreta”, a proposito della fantasia e dei dolori del mondo scriveva: «Le creature senza immaginazione viaggiano pigramente intorno al mondo ed avranno bisogno di un’intera guerra europea per immaginare, pallidamente, l’inferno.

Io per raggiungere l’inferno mi sono accontentato di una goccia di muco, meglio ancora, di falso muco. E d’altra parte, la Spagna che mi conosce sa bene la verità: dovunque io muoia, comunque io muoia, per un muco falso o per un muco vero, morirò pur sempre per la sua gloria».

In questo flusso di parole, di Dalì che scrive di sé stesso a specchio del proprio ego e del suo Paese, facendosi di fatto monumento e camminando sul filo di un trapezio che si burla della vita e della morte, c’è tutto il genio e la sua sregolatezza. Un fuori dal pentagramma che gli faceva spesso ripetere: «L’unica differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo». Boutade sublime che incarnerà tutta l’arte più creativa del Novecento, da Dino Campana ad Antonio Ligabue.

Perché nell’arte più il mondo tende a regolarsi socialmente e più non stare alle regole d’ingaggio diventa creatività. Non avendo timidezze nel guardare dirimpetto il male. Dalì, vissuto negli anni più feroci del Novecento europeo, poi si spingeva anche oltre. E non ebbe timori intellettuali o sensi di colpa nel misurare la figura di Adolf Hitler, il dittatore tedesco che incarna il simbolo del Male (con la M maiuscola).

Tra i suoi quadri uno dei più inquietanti è infatti “L’enigma di Hitler”, un dipinto del 1938 in cui Dalì traccia l’immagine di un telefono che si scioglie sopra la fotografia del führer che giace su di un piatto e con un ombrello sospeso che potrebbe (chissà) appartenere al primo ministro inglese Neville Chamberlain, l’uomo della conferenza di Monaco e dell’appeasement.

E proprio qui, in fondo, nel raccontare il male, sta la differenza profonda tra Dalì e l’altro genio spagnolo Picasso. Questi dipinge il male convinto di esser dalla parte del bene. Dalì per dipingerlo, il male, lo vuol invece guardare in faccia, consapevole anche di poterne essere attratto. Seguendo l’emozione della mente, il surreale che dal reale potrebbe persino essere condannato. E che lo portava sovente a ripetere, nella fatica di spiegarsi agli altri e al mondo: «Io so quel che mangio ma non quel che faccio».

di Massimiliano Lenzi

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