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Il senso della vita per Enzo Iacchetti

Il senso della vita per Enzo Iacchetti

Intervista a Enzo Iacchetti: cantante, cabarettista, attore, conduttore e scrittore, nelle case degli italiani da più di 30 anni ed è ormai uno dei volti più amati del panorama televisivo.
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31 ottobre 1990, è in corso la Guerra del Golfo e il “Maurizio Costanzo Show” decide di dedicarvi una puntata: tra gli ospiti del Teatro Parioli diversi esponenti politici e commentatori (anche statunitensi); in collegamento il capitano Cocciolone e il comandante Bellini, da poco liberati. Una puntata intensa – a tratti drammatica per toni e argomento trattato – che gli autori decidono di “alleggerire” invitando un giovane cabarettista originario di Luino e dall’aria scanzonata. Il suo nome è Enzo Iacchetti.

«Avevo mandato una richiesta per fare un provino ma fui scartato» ricorda oggi. «Poco dopo mi telefonarono chiedendomi di partecipare. Fu la svolta. Portai i miei “libri bonsai” e l’idea piacque tantissimo a Maurizio Costanzo, che in me probabilmente percepisce un senso della comicità sensibile e malinconica alla Neil Simon. Andò tutto bene, mi chiese anche di improvvisare delle canzoni in diretta». Il resto, come si dice, è storia. Cantante, cabarettista, attore, conduttore e scrittore, Iachetti entra nelle case degli italiani da più di 30 anni ed è ormai uno dei volti più amati del panorama televisivo.

Ci aspettavamo una chiacchierata divertente e leggera, invece rimaniamo piacevolmente colpiti nello scoprire che il signor Enzino è un uomo molto profondo. «Tutto è iniziato quando da ragazzino vidi Celentano per la prima volta a Sanremo: rimasi folgorato e andai in fissa per la musica. La mia era diventata una passione ed ero anche dotato, infatti scoprirò presto di avere l’orecchio assoluto». Iacchetti si apre e ci confessa: «Chissà, se solo avessi avuto la possibilità di studiare magari adesso sarei direttore di orchestra, solo che i miei genitori facevano lavori modesti e non potevano permettersi di pagarmi il Conservatorio». La famiglia, in particolare il rapporto con il padre, è un nodo focale della sua vita: «È venuto a mancare quando avevo solo 21 anni. Tuttora ho un senso di colpa fortissimo perché non andavo d’accordo con lui; ero fissato con la musica e le chitarre e non pensavo alle difficoltà che ogni giorno affrontava. Con la sua morte sono andato molto in crisi».

La morte è un argomento che affronta sotto diverse angolature: non la teme per sé ma per quella dei suoi cari; più che altro ha paura della sofferenza e probabilmente il tempo che avanza lo costringe suo malgrado a fare delle analisi: «Prima della pandemia vivevo a pieno ritmo, non mi sembrava di avere 67 anni. Adesso invece mi sembra di avere molti più anni di quelli che ho. Vivo in solitudine e amo il silenzio. Strano, io che ho amato tanto la musica ultimamente non riesco ad ascoltarla, eppure la musica mi ha dato tanto. Forse troppo» ci confida. «Che sia forse depressione? L’ho sempre avuta. Anche da bambino ero vivace ma non parlavo, il palco per me è stato terapeutico. Tutti noi portiamo una croce, la mia è questo carattere» ammette.

Ci guarda e sorride con quella sua espressione sincera e divertita che tutti noi conosciamo. Sotto quest’aurea malinconica e inquieta, Enzo Iacchetti in realtà è un uomo che resiste. Al tempo, alle difficoltà, ai ricordi.

 

di Renata Sortino

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