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In Italia la cultura non è una priorità

La Casa del Manzoni, a Milano, resterà chiusa per ferie fino al 6 settembre per mancanza di fondi. Fondi che arrivano direttamente dallo Stato che, evidentemente, ha poco a cuore la cultura del Paese.

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Lo scorso 29 luglio la Casa del Manzoni a Milano ha chiuso i battenti ai turisti: fino al prossimo 6 settembre il museo resterà «fermo per ferie».

La ragione è economica: il Ministero della Cultura ha stanziato per il 2021 soltanto 14.800 euro per la gestione del Centro Nazionale di Studi Manzoniani. Una somma irrisoria se si considera che, facendo i debiti calcoli, essa equivale a poco più di mille euro al mese e non è perciò sufficiente per coprire tutte le spese del museo. Ma perché questa improvvisa contrazione ministeriale? «Le Commissioni burocratiche non collocano Alessandro Manzoni tra gli autori degni di contributi pubblici istituzionali diretti», il che significa che ogni anno il Centro dovrebbe presentare allo Stato una domanda di contributo per ottenere l’erogazione di fondi. E questo perché Alessandro Manzoni, figura centrale nel dibattito sulla formazione della lingua italiana, non sarebbe “degno” di sostegno diretto.

Ma facciamo una ulteriore considerazione. Lo Stato ha tagliato il proprio contributo alla Casa del Manzoni, è vero, ma perché in Italia i musei necessitano di sovvenzioni statali quando nel resto del mondo libero ciò non avviene? L’immobilismo del settore umanistico nel nostro Paese è conseguenza di un insieme di componenti: la gestione degli enti è spesso trascurata (tanto da chiedersi dove finiscano tutte le altre entrate non statali di cui le istituzioni culturali pur dispongono), i cittadini e i turisti non sono incentivati a visitarli (certo, per la scarsa valorizzazione dei siti, a cui però spesso si intreccia anche il totale disinteresse personale) e lo Stato non fa da meno. Dinamiche cui si aggiunge anche lo strumentalismo politico: i musei oggigiorno hanno perso il loro ruolo di veicolo di sviluppo culturale, assumendo piuttosto quello di bacino elettorale per la classe dirigente.

Questa è l’Italia di oggi, un Paese che taglia sulla cultura, la strumentalizza o la lascia in stato di abbandono e che, inevitabilmente, ospita una popolazione dal tasso di analfabetismo in spaventosa crescita. Quando c’è, il bagaglio culturale del singolo non è più premiato in questo mondo dove altri sono gli ambiti in cui specializzarsi e arricchirsi (TikTok, per citarne uno a caso).

Intanto scrittori, pensatori e padri della lingua italiana vengono chiusi nel cassetto del dimenticatoio. In fondo che cosa importa formare le menti del futuro, dotarle di capacità critica e sperare che siano proprio loro a costituire il tessuto compatto e resistente della società futura? Le previsioni danno per favoriti gli influencer e i tiktoker, che per diventare milionari non hanno bisogno di sapere che «Nel mezzo del cammin di nostra vita» non è lo slogan pubblicitario di uno shampoo anticaduta. E intanto i «venticinque lettori» manzoniani saranno sempre meno. E sempre più poveri.

 

Di Ilaria Prazzoli

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