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title: Jung, la follia che indaga sé stessa
description: Non sono in molti a sapere che lo psichiatra Jung è stato a lungo davvero pazzo. Per capire la follia ha dovuto viverla
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date: 2023-05-15
author: Gian Luca Caffarena
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categories: [Cultura]
tags: [cultura, Evidenza, psicologia]
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# Jung, la follia che indaga sé stessa

![Jung](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2023/05/Evidenza-sito-2-5.jpg)

Non sono in molti a sapere che lo psichiatra Jung è stato a lungo davvero pazzo. Per capire la follia ha dovuto viverla

**Il largo pubblico ha di Jung un’immagine tradizionale di maturo studioso:** saggio, solido, autorevole. Serietà elvetica, sapienza carismatica. Le sue principali idee-forza sono ampiamente note: dall’inconscio collettivo al valore di miti, simboli e archetipi, oltre agli interessi per l’occulto. Mentre poco o nulla si dice della rivoluzionaria metodologia che consentì allo psichiatra (che meglio definiremmo pensatore ricchissimo e molto completo) di dar corpo alla sua opera, quale ponte di congiunzione tra la cultura occidentale e orientale.

Il primo dato, il più immediato e sconvolgente, **è che Jung era (o è stato a lungo) davvero pazzo**. P**er capire la follia ha dovuto viverla**: «intender non la può chi non la prova» avrebbe detto Dante. Il giudizio, o diagnosi, è del filosofo Umberto Galimberti nonché di Pietro Citati, che in un bell’articolo ricostruisce vividamente i tratti e le dinamiche di questa psicosi. Come il nauseato esistenzialista Sartre parlava a lungo con la sua panchina (la panchina sono io o viceversa?), **Jung sviluppava intensi dialoghi col sasso su cui amava sedere** (il sasso sono io o viceversa?). Non poco eccentrico a detta di vicini e conoscenti, giocava a lungo con l’acqua – laghi, paludi, pozzanghere. Trascorreva ore a spaccare pietre e scavare buche: finché edificava una massiccia torretta a tre piani, quale rifugio privato infestato da spettri e demoni.

Se il primo dato – la follia – è sconvolgente, il secondo è rivoluzionario ai fini della conoscenza: **Jung stesso, consapevole delle proprie turbe, arriva a studiarle e a usarle per le sue ricerche**. Il soggetto si fa oggetto. Conosce sé stesso, socraticamente, come presupposto d’ogni altra indagine. E per primo, con coraggioso candore, si apre a confessioni terribili sui «pensieri che mi hanno travagliato», dove «mi sentii impegnato a sondare per prima cosa la mia stessa psiche»: vedi “Ricordi, sogni, riflessioni”, vedi soprattutto **“Il libro rosso”, prezioso verbale segretamente redatto per sedici lunghi anni**, poi pubblicato postumo. Qui, fra elaborate policromie orientaleggianti, trovi di tutto: allucinazioni notturne, paranoie, suggestioni mefistofeliche, invettive blasfeme, violente tempeste mentali.

**Un viaggio agli inferi da cui scaturisce la rappresentazione dell’inconscio come la forza oscura più potente della psiche**: fra contenuti atavici, ereditari e forse genetici c’è un universo tutto da esplorare, un patrimonio di tesori sedimentati nei secoli e nelle generazioni, ben più ricco e misterioso della discarica di vergogne represse immaginata da Freud. Dove questi è schematico, Jung è visionario, in quanto coglie il senso del mistero.

Per gli antichi la rimozione mentale della fine è un “gentile oblio”, quasi un pietoso dono ai mortali, che altrimenti non sopporterebbero l’idea di una scadenza ultima. **Jung, che dall’Oriente assimila la percezione della morte come momento potenzialmente gioioso, capovolge il meccanismo**: la psiche che agisce indipendentemente dallo spazio-tempo è un interessante sintomo che non esclude l’immortalità. Se non arriva a definire l’anima, ci si avvicina, la sfiora: materia oscura, energia invisibile? Forse.

*di Gian Luca Caffarena*

 
