La Bibbia secondo Leonard Cohen
| Cultura
Il 14 ottobre è stato pubblicato un album tributo al leggendario Leonard Cohen. Tra queste “Hallelujah”, la canzone con più cover nella storia mondiale, con un lascito ancora così attuale.

La Bibbia secondo Leonard Cohen
Il 14 ottobre è stato pubblicato un album tributo al leggendario Leonard Cohen. Tra queste “Hallelujah”, la canzone con più cover nella storia mondiale, con un lascito ancora così attuale.
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La Bibbia secondo Leonard Cohen
Il 14 ottobre è stato pubblicato un album tributo al leggendario Leonard Cohen. Tra queste “Hallelujah”, la canzone con più cover nella storia mondiale, con un lascito ancora così attuale.
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Il 14 ottobre è stato pubblicato da Blue Note Records l’album omaggio “Here It Is. Tribute to Leonard Cohen”. Larry Klein, produttore e amico del cantautore canadese scomparso nel 2016, ha coinvolto dodici artisti e cioè Peter Gabriel, Iggy Pop, Gregory Porter, David Gray, James Taylor, Bill Frisell, Sarah Mclachlan, Immanuel Wilkinks, Luciana Souza, Mavis Staples, Nathalien Rateliff e Norah Jones. Tra i pezzi reincisi figurano i grandi classici dell’opera di Cohen: ad esempio “Suzanne”, “Seems So Long Ago, Nancy”, “Steer Your Way” e, soprattutto, “Hallelujah”, una delle canzoni che ha prodotto più cover – oltre duecento – nella storia della musica (celebri quelle di Bob Dylan, John Cale e Jeff Buckley).
Un aspetto interessante di “Hallelujah” – apparsa per la prima volta nel 1984 in “Various Positions” – è la sua capacità di intersecare piani interpretativi diversi. Il testo, modificato da Cohen in parecchie circostanze (sembra che in tutto le strofe scritte siano circa ottanta), possiede un indubbio potere polisemico. Cosparsa di citazioni bibliche da Samuele, Re e Giudici, “Hallelujah” racconta anche l’eros, la violenza e l’ispirazione creativa in un collage di relazioni, profonde e irsute, da postmodernismo letterario. Emblematica, sotto tale profilo, è la seconda strofa: «La tua fede era forte ma necessitavi di una prova. / L’hai vista fare il bagno dal balcone: / la sua bellezza e il chiaro di luna ti hanno deposto. / Ti ha legato a una sedia della cucina, / ha spaccato il tuo trono, ti ha tagliato i capelli / e dalle tue labbra ha tratto l’Alleluia». In questo passo sono rievocate (e incrociate) le vicende di Davide con Betsabea e di Sansone con Dalila, entrambi caduti nel peccato di lussuria. Inoltre Davide, autore dei salmi secondo la tradizione, incarna particolarmente la figura dello chansonnier per antonomasia: c’è quindi una sorta di autoidentificazione, persino nell’ondivago rapporto con Dio, «il Nome» par excellence.
Ma che valore ha qui la parola “Alleluia”? Lo rivela lo stesso Cohen in un’intervista rilasciata a John Mckenna nel maggio 1988: «Questo mondo è pieno di conflitti ed è pieno di cose che non possono essere riconciliate, ma ci sono momenti in cui possiamo trascendere il sistema dualistico e riappacificarci e abbracciare l’intero caos ed è questo che intendo per Alleluia. Che indipendentemente dall’impossibilità della situazione, c’è un momento in cui apri la bocca e spalanchi le braccia e dici semplicemente: “Alleluia! Benedetto è il nome”. E non puoi riconciliarti in nessun altro modo se non in quella posizione di totale resa, totale affermazione».
Insomma, un inno alla concordia interiore, al “così sia”, all’abbandono nei confronti di un’entità trascendente (in questo senso “Hallelujah” è una canzone molto utile per il dialogo interreligioso). Ma non solo. Con un pizzico di brivido cabalistico, Cohen ci conduce nel barbaglio dei fonemi, rilucanti di una screziata pienezza: «C’è un bagliore di luce in ogni parola, / non importa tu cosa abbia sentito, / se la santa o l’infranta Alleluia».
di Alberto Fraccacreta
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