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“Le donne e la fotografia” in mostra a Milano

Una mostra che racconta l’emancipazione femminile attraverso gli scatti delle più importanti fotografe del ‘900, tra cui il primo nudo femminile della storia attraverso gli occhi di un’altra donna

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Presso la Fondazione Luciana Matalon di Milano, fino al 28 Novembre, sarà possibile immergersi in una mostra interamente dedicata alla fotografia femminile dal primo Dopoguerra ai giorni nostri. Donne davanti e dietro l’obiettivo che hanno segnato, con la loro arte, anche la storia culturale del nostro Paese.

Un’esigenza e non un vezzo”, dichiarano i curatori Maria Francesca Frosi e Dionisio Gavagnin, alla luce di un’interpretazione tutta nuova del linguaggio fotografico, letteralmente smontato e rimontato dalle donne come un puzzle perché insignito di un potere capace di rompere i confini del puro piacere estetico ed artistico: la fotografia come strumento di lotta e d’identificazione.
L’esposizione, organizzata in collaborazione con l’associazione culturale Mandr.agor.art e con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, è nata da una ricerca pluriennale nell’archivio privato del Dottor Gavagnin e raccoglie infatti 90 scatti emblematici che ripercorrono la storia dell’emancipazione femminile dal 1925 ad oggi.

Lo scatto che fa da apripista dell’intera esposizione, è anche il più rappresentativo: siamo nel 1926 e l’ungherese Olga Spolarics (che fondò a Vienna il Manassè Studio) realizza la prima fotografia di nudo femminile voluta da una donna, che si trasforma così in un oggetto. La chiave di lettura è assolutamente ironica, gettando luce per la prima volta – ed in modo aperto e impensabile per quei tempi- sulla questione femminile.
Intitolata appunto “Mein Zukerl” ovvero “Mia Dolcezza”, raffigura una donna nuda nell’intento di tuffarsi in una tazzina da caffè come se fosse lo zuccherino della vita di un uomo in una società che definire patriarcale, all’epoca, sarebbe un eufemismo.

Mein Zukerl
Mein Zukerl di Olga Spolarics, 1926

L’intento è mostrare come la fotografia (e l’arte nel complesso) non si riducano ad una mera funzione estetica ma anche e soprattutto socio-culturale.

Soltanto agli inizi del Novecento, le donne iniziano a misurarsi nelle professioni intellettuali abbandonando, con estrema difficoltà, i cliché di moglie e di madre. Contemporaneamente la tecnologia si evolve, portando sul mercato attrezzature fotografiche sempre più maneggevoli che abbattono le barriere all’ingresso e democratizzano l’arte fotografica.
Le donne, forse più di ogni altre, ne riconoscono il potenziale.

La Prima guerra mondiale romperà gli schemi, con gli uomini al fronte e le donne nel ruolo e con funzioni tradizionalmente maschili ora impegnate in un obiettivo comune: lottare per la propria indipendenza economica e sociale. Da questo ritrovato orgoglio si arriverà all’ammissione al voto politico (in Inghilterra nel 1918, in Germania nel 1919 mentre in Italia soltanto nel 1945), ad una più generale autonomia lavorativa e all’ingresso nel mondo dell’arte non più come eccezioni ma come norma, non più come oggetti di rappresentazione ma soggetti capaci di rappresentare.

L’arte della fotografia diventa così rifugio e rinascita, un mezzo per guadagnarsi da vivere e per testimoniare il mondo in qualità di protagoniste. Il culmine arriverà negli anni Settanta, quando il corpo delle donne fotografato diventa anche strumento politico.

La particolarità dell’esposizione milanese, ben espressa anche dall’organizzazione per nuclei tematici, è che l’occhio delle donne-fotografe appare maggiormente impregnato di empatia e sensibilità anche quando le scene ruotano attorno a temi come guerra, battaglie ideologiche e morte. Per citare alcuni esempi: la denuncia delle condizioni di miseria in Messico di Tina Modotti, i lavori di Lisetta Carmi, tra le primi fotografe ad occuparsi di identità di genere e del movimento LGBT, Letizia Battaglia e Christine Spengler che hanno concentrato il loro lavoro sulla documentazione della guerra dal punto di vista delle sue vittime, spesso proprio donne e bambini. C’è anche il tema della ricerca d’identità e della provocazione come negli scatti di Marina Abramović, le fotografie surrealiste di Sophie Calle e Nan Goldin, il travestimento come gioco e come scoperta del sé in Cindy Sherman.

Il risultato è una perfetta armonia: come se quelle mogli e quelle madri che albergano in ogni donna (fosse anche solo per convenzione sociale) fossero riuscite a trovare nell’arte il modo di convivere in accordo con una società che ci vuole (ancora) protettive come una madre e rigorose come un padre.
Donne consapevoli e forti alla luce del sole e non più in ombra. 

Marina Abramović
Marina Abramović, 1981

C’è ancora necessità di dedicare una mostra ad un lavoro artistico di sola matrice femminile? Le donne hanno ancora bisogno di sgomitare per ritagliarsi spazio nella società?
Sono temi complessi, con radici profonde che affondano in un terreno ancora oggi fragile e non sempre fertile.

L’esposizione “Le donne e la fotografia” prova a rispondere ad alcune di queste domande, ponendo l’arte al centro. Tutto il resto è storia ancora da scrivere. 

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