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title: Le parole perdute
description: Nel 1976 un ragazzo del liceo non usava più di 1.500 vocaboli. Vent’anni dopo, nel 1996, circa 640. Oggi forse si arriva sì e no a 200.
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date: 2021-12-21
author: Gian Luca Caffarena
url: https://laragione.eu/life/cultura/le-parole-perdute/
categories: [Cultura]
tags: [Italia, società]
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# Le parole perdute

![Le parole perdute](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2021/12/Nanni-Moretti-sito.png)

Nel 1976 un ragazzo del liceo non usava più di 1.500 vocaboli. Vent’anni dopo, nel 1996, circa 640. Oggi forse si arriva sì e no a 200. Ma come diceva Nanni Moretti "Le parole sono importanti".

**«Le parole sono importanti»** per Nanni Moretti e anche per Socrate, che tanto credeva alla loro forza da non sentire il bisogno di scriverle. **Per Carlo Levi sono pietre**, **per Gino Paoli possono logorarsi nell’abuso o nell’indifferenza**, **come «sassi che il mare ha consumato»**. Modugno cantava: «Vorrei trovare parole nuove», che è poi il problema di ogni poeta. A sua volta Mina, con “Parole, parole”, non fa che citare lo Shakespeare di “Amleto”, che vaneggia in un delirio di sproloqui: «parole, parole, parole...».

In origine la parola si identifica con la cosa: il nome della rosa è la rosa stessa. Poi il vocabolo si fa sostantivo e il nome si emancipa dal fiore. **Anche se Shakespeare stesso (sempre lui) ci ricorda che ciò che chiamiamo rosa avrebbe il medesimo profumo anche con altri nomi: Romeo, anzi, viene esortato a cambiare il suo.** E comunque la Cosa non precede il Verbo, ma nasce con lui: «Dio disse: sia la luce! E la luce fu» (Genesi, 3). «Parola mia» equivale alla forte garanzia morale di un galantuomo: una persona, appunto, di parola. Dare, prendere o togliere la parola non sono cose da poco. Come può essere decisivo, quando sia il caso, mettere una buona parola.

Il lettore perdonerà il dotto *excursus*, teso a confermare che Moretti e Socrate hanno ragione, nel senso che** senza parole non c’è niente: né pensiero né cultura**. «Nessuno può pensare dove la parola manca» (Galimberti). Secondo un’indagine di Tullio De Mauro, **nel 1976 un ragazzo del liceo non usava più di 1.500 vocaboli**. Vent’anni dopo, **nel 1996, circa 640.** **Oggi forse si arriva sì e no a 200**, mentre prevale nei giovani un linguaggio elementare e basico, tra il convenzionale turpiloquio goliardico e un gergo usa e getta, tutto acronimi e anglicismi. Nella maggioranza dei diplomati e dei laureati, poi, è diffuso il cosiddetto analfabetismo funzionale, ovvero l’incapacità di organizzare un discorso o un testo logicamente articolato e connesso, dotato di un accettabile repertorio lessicale e rispettoso di grammatica, sintassi e corretta ortografia. *Verba volant*: uno scempio storico.

Colpa della tecnica o dei ritmi accelerati dei tempi? Non necessariamente: si può amare Proust senza rinunciare alla comodità dei codici semplificanti della telematica. Prevale piuttosto un sospetto di ignoranza. Nei licei è ridimensionato il latino e suscita panico la prova scritta di italiano. **Recentemente un ministro ha affermato che nella scuola ci vorrebbero meno guerre puniche e più tecnologia, ignorando quanta tecnologia ci fosse in quegli antichi eserciti, dalle triremi cartaginesi alle macchine d’assalto romane.** Attento, signor ministro: le parole sono importanti.

Restringendo l’orizzonte culturale, l’ignoranza della lingua produce errori grossolani, come l’uso frequente negli stessi telegiornali del verbo “paventare”, che significa temere (da *pavor*), in luogo di “ipotizzare” o “prospettare”: così si “paventa” per domani una seduta in Parlamento, un’assemblea o qualche altra eventualità. Ulteriori insidie si paventano, o meglio si prospettano, nei superlativi con suffisso in -errimo: come miserrimo, celeberrimo, acerrimo. Qui si vorrebbe potenziare l’aggettivo con un ulteriore e improprio superlativo relativo: “il più acerrimo nemico” non è un rafforzativo ma uno sproposito, in quanto acerrimo è già superlativo di acre.

Troppi esempi si potrebbero fare. **Per non parlare delle parole che si perdono: preziose, eleganti e sempre più rare. Spesso accusate d’affettazione borghese. Eppure non è la stessa cosa dire foresta o selva, triste o mesto, nascosto anziché occulto, dimenticanza anziché oblio. Torna a casa, lessico.**

di *Gian Luca Caffarena*
