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Le parole sono importanti

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Il ruolo taumaturgico del linguaggio da Platone e Nietzsche ai giorni nostri: perché le parole, come urlava Apicella/Moretti, sono importanti ancora

Le parole sono importanti

Il ruolo taumaturgico del linguaggio da Platone e Nietzsche ai giorni nostri: perché le parole, come urlava Apicella/Moretti, sono importanti ancora
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Le parole sono importanti

Il ruolo taumaturgico del linguaggio da Platone e Nietzsche ai giorni nostri: perché le parole, come urlava Apicella/Moretti, sono importanti ancora
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«Chi parla male pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!» gridava il Michele Apicella di Nanni Moretti in “Palombella rossa”. Il filosofo Umberto Galimberti ricorda spesso lo studio del 1976 di Tullio De Mauro sull’uso delle parole. In quell’anno uno studente del liceo conosceva 1.500 vocaboli, vent’anni dopo solo 640. Oggi probabilmente ancora meno e le poche che usiamo diventano feticci da esibire in pubblico tra un aperitivo e una tartina, parole svuotate di senso, che perdono il loro significato intrinseco, pronunciate solo per vedere lo strano effetto che fa. Platone credeva che il linguaggio fosse il mezzo ideale per trasmettere le verità universali e le idee, nel “Fedro” descrive l’anima come un auriga che guida due cavalli attraverso il cielo, compito della parola era quello di orientare l’anima tra il razionale e l’irrazionale. Per Nietzsche il linguaggio può essere riduttivo e ingannevole, compito delle parole è rivelare le vere intenzioni e i significati. Che sia anti logocentrico e decostruito come in Derrida o una rappresentazione accurata della realtà come in Wittgenstein, il linguaggio ha sempre svolto un ruolo psicologico, taumaturgico. Già nella Grecia sofista di Gorgia era in grado di persuadere, convincere gli uomini e portarli dalla propria parte. Ancora oggi con l’arte della retorica si vincono le elezioni. Tuttavia, un aspetto è inequivocabile: come ci ha insegnato Heidegger «Non puoi pensare dove la parola manca», non è certo un caso che la filosofia sia nata nell’antica Grecia, che possedeva 80mila vocaboli contro i 4mila dei latini. Oggi secondo l’Unesco delle 7mila lingue viventi nel mondo, 1.500 (per la maggior parte indigene) rischiano di sparire. Il pericolo è enorme, perché la morte delle lingue brucia un immenso patrimonio storico, umano, culturale. Per combattere questa deriva barbarica, l’Unesco ha lanciato “What Makes Us Human”, un libro che vuole sensibilizzare i bambini sull’importanza del multilinguismo. L’unico modo per regalare alle future generazioni un mondo multicolore è riuscire a comprendere che la lingua è identità e accettazione delle differenze. L’alternativa è quella che Calvino prefigurò con orrore in un articolo su “Il Giorno” del 1965: l’antilingua, il terrore semantico di una lingua che fugge dalla vita, senza trovare purtroppo una strada percorribile. di Francesco Rosati  

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