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Mafalda oltre Quino

Nata come testimonial pubblicitaria, Mafalda di Quino rappresenta lo spirito più genuino della contestazione verso il potere.

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Si scrive Quino ma si legge “kino” lo pseudonimo del creatore – tra gli altri – dei fumetti di Mafalda. Al secolo invece risulta Joaquín Salvador Lavado Tejón, ma la necessità del soprannome non si deve alla lunghezza delle generalità anagrafiche né alla carriera artistica: alla sua nascita nel 1932 si ritrovò già omonimo dello zio e così in famiglia si decise di utilizzare un nomignolo che in italiano suonerebbe come il diminutivo di Gioacchino. Da qui, per l’appunto, “kino”.

Lo stesso parente per cui gli si impone il soprannome è poi uno stimato grafico e pittore, che già dall’età di tre anni incanala Quino nel mondo delle arti figurative. Se la passione per il disegno ha quindi radici precoci e familiari, quella per il motto di spirito si può rintracciare invece alle soglie dell’adolescenza. Ha infatti diciotto anni quando da Mendoza si trasferisce a Buenos Aires per proporre delle vignette comiche al suo mito personale, il fumettista Guillermo Divito, che gli chiede però di migliorarle con delle battute adatte ai lettori della sua rivista “Rio Tito”. Nella capitale argentina il giovane allena quindi la sua vis satirica, mentre sbarca – faticosamente – il lunario lavorando per l’ambiente della pubblicità. Continua a esercitarsi con costanza e il giorno più felice della sua vita arriva nel 1954, quando pubblica il suo primo fumetto comico sulla rivista settimanale “Esto Es”.

La sua più famosa creazione arriva solo diversi anni dopo, quasi per caso. La prima storia di Mafalda è infatti pubblicata il 29 settembre 1964 su “Primera Plana”, mentre il nostro sta conquistando una crescente popolarità su numerose riviste e ha pubblicato persino la sua prima monografia: “Mundo Quino”. Mafalda è nata però come testimonial per una campagna pubblicitaria di una azienda chiamata “Mansfield” – da cui, per assonanza, il nome della piccola – non andata poi in porto. Le dodici strisce, rimaste orfane di sponsor, sono comunque proposte al pubblico come riflessioni sagaci sui compromessi della vita di ogni giorno, veicolate dalle battute senza filtri di una bambina di sei anni col viso incorniciato da iconici capelli neri. Le osservazioni di Mafalda vengono lette da milioni di lettori nel mondo sino a quando nel 1973 il suo autore non decide di chiudere i rubinetti: l’arrivo al potere dei colonnelli e vent’anni di produzione ininterrotta lo portano all’esaurimento, decidendo di non volere più disegnare la sua eroina più famosa.

La fine della produzione delle strisce di Mafalda non equivale però all’esaurirsi del suo spirito combattivo. Persino anziano e cieco per via di un glaucoma, trova infatti nel 2018 la forza di obiettare a degli antiabortisti argentini che hanno pubblicato un collage digitale attribuendogli posizioni reazionarie pro-vita e vestendo Mafalda con il loro simbolo: un foulard celeste. Il fumettista argentino, con garbo, distribuisce allora una smentita rimarcando come il suo personaggio sia invece dalla parte delle libertà delle donne, alle quali augura buona fortuna nella lotta per l’autodeterminazione. E neanche la morte del suo creatore, giunta nel 2020, sembra scalfire il mito della piccola contestataria. Tra i meme ‘buongiornissimi’, i più amati dai baby boomer, vi sono proprio quelli in cui Mafalda è abbinata alle frasi più disparate, il cui unico comun denominatore è quello spirito acido e spietato di ribellione col quale Quino volle passare il mondo al setaccio per cercare di lasciarlo, una battuta alla volta, meglio di come lo aveva trovato.

di Camillo Bosco

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