---
title: &quot;%%title%% %%page%% %%sep%%&quot;
description: Per alcuni Richard Avedon è considerato una specie di divinità. Celebre lo scatto alle ferite di Andy Warhol sopravvissuto ad un omicidio.
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2022/05/Evidenza-sito-2-8.jpg
date: 2022-05-16
author: Roberto Vignoli
url: https://laragione.eu/life/cultura/richard-avedon-e-warhol/
categories: [Cultura]
tags: [Evidenza, fotografia]
---

# Quando Richard Avedon fotografò le cicatrici di Andy Warhol

![Per alcuni Richard Avedon è considerato una specie di divinità. I suoi ritratti erano spesso caratterizzati da un&#039;alta drammaticità grazie al magistrale uso delle luci. Proprio quello che accadde nella celebre foto delle ferite di Andy Warhol.](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2022/05/Evidenza-sito-2-8.jpg)

Per alcuni Richard Avedon è considerato una specie di divinità. I suoi ritratti erano spesso caratterizzati da un&#039;alta drammaticità grazie al magistrale uso delle luci. Proprio quello che accadde nella celebre foto delle ferite di Andy Warhol.

**Richard Avedon**, ebreo di origini russe, nacque a New York il 15 maggio del 1923 e morì a San Antonio nel Texas il 1 ottobre del 2004. **Nella storia della fotografia occupa un posto di straordinaria importanza e gli appassionati lo considerano una specie di divinità**. Il suo stile per le immagini di moda fu rivoluzionario e forse impareggiabile: l’immagine della modella Dovima con gli elefanti rimane difficile da superare. Sono suoi anche i ritratti più intensi di Marilyn Monroe, Jorge Luis Borges, John Ford, Andy Warhol.

A proposito di quest’ultimo, Valerie Jean Solanas un giorno andò da Warhol e gli sparò. Ferì anche alcuni dei suoi collaboratori. Andy aveva rifiutato il testo teatrale di Valerie e se lo era anche perso. Un anno dopo **Avedon riprese Warhol in studio con lo sfondo grigio scuro mentre mostrava le ferite che devastavano il suo addome**, con le tracce dei punti chirurgici. Lo sfondo è molto importante e guida la percezione di chi guarda al pari della luce; il fotografo illuminò con energia il corpo e il volto dell’artista, vestito di nero, e tutto balzò agli occhi come una foto di cronaca, quasi fosse stato sorpreso in un vicolo buio dei bassifondi.

E dire che stiamo invece parlando di **uno scatto in studio, dove le luci possono essere calibrate minuziosamente** e la disposizione è più che mai libera. I *flash* da studio sono quasi sempre preferiti alla luce continua, a meno di non avere uno studio con luce naturale e soffitto in vetro: meraviglioso, ma di sera per forza si torna ai tradizionali *flash*. La loro illuminazione deve essere ammorbidita dalla riflessione di appositi ombrelli – o dai *bank* e dalle *window light* (grandi strutture rettangolari che simulano perfettamente la luce del giorno con i *flash* disposti all’interno) – e consentono di costruire l’atmosfera di un ritratto grazie alla calibrazione del contrasto e della luminosità.

In genere **per il ritratto si usano due sorgenti disposte ai lati del soggetto** con una inclinazione di 45 gradi, regolate con una potenza diversa per consentire il lieve contrasto; per aumentare la drammaticità si può usare una sola sorgente, magari lievemente addolcita da un pannello riflettente. E l’uso di questi strumenti si può facilmente dedurre osservando i riflessi negli occhi del soggetto sulla fotografia. Si può vedere con chiarezza quante e quali sorgenti luminose siano state usate, basta ingrandire un po’ l’immagine o guardarla con una lente.

A un certo punto **Avedon capì che poteva gestire lo sfondo anche per contrapposizione e usò spesso uno sfondo bianco molto luminoso per i ritratti** ravvicinati più seri, a volte anche cupi, come la sequenza del padre morente poi esposta al Moma di New York. Fu una vera svolta.

I suoi scatti divennero ancor più protagonisti della stampa, delle gallerie e dei periodici specializzati, che gli dedicarono ampio spazio ripetutamente, sottolineando la sua personalità di maniaco della perfezione e **il gelido distacco dai soggetti, coi quali rifiutava crudelmente qualsiasi parvenza di rapporto umano**. Resta celebre la frase di Henry Kissinger prima della sessione di scatti: «Sia clemente con me…».
