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Il lungo e tortuoso percorso per cambiare sesso ha una storia, anche legislativa, ancora in fase di definizione. Ma oggi, nell’epoca del follemente corretto, si aggiunge un nuovo tassello: la proposta di poter cambiare anche razza.
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Il lungo e tortuoso percorso per cambiare sesso ha una storia, anche legislativa, ancora in fase di definizione. Ma oggi, nell’epoca del follemente corretto, si aggiunge un nuovo tassello: la proposta di poter cambiare anche razza.
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Il lungo e tortuoso percorso per cambiare sesso ha una storia, anche legislativa, ancora in fase di definizione. Ma oggi, nell’epoca del follemente corretto, si aggiunge un nuovo tassello: la proposta di poter cambiare anche razza.
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Il lungo e tortuoso percorso per cambiare sesso ha una storia, anche legislativa, ancora in fase di definizione. Ma oggi, nell’epoca del follemente corretto, si aggiunge un nuovo tassello: la proposta di poter cambiare anche razza.

Che si possa cambiare sesso è una eventualità ormai entrata nel senso comune, ma il percorso è stato lungo e non si è ancora concluso. Con la legge 164 del 1982 la riassegnazione del sesso sulla carta di identità comportava necessariamente un intervento chirurgico. Con il decreto legislativo 150 del 2011 le cose cambiano drasticamente: si può ottenere una modificazione del proprio status anagrafico anche senza intervento chirurgico, l’essenziale è convincere il giudice dell’esistenza di una condizione di “disforia di genere” e della serietà (e irreversibilità) della propria scelta.

Oggi le organizzazioni che promuovono i diritti delle persone trans chiedono molto di più: quel che molti vorrebbero è il cosiddetto self-id, ossia la possibilità di scegliere il proprio genere in modo completamente libero, senza alcun intervento di medici, psicologi, giudici.

La questione è delicata perché alla condizione di maschio o femmina sono associati diritti e prerogative differenti. Un maschio, ad esempio, non può accedere a bagni, spogliatoi, reparti carcerari, associazioni, competizioni (sportive e non) riservati alle donne. Simmetricamente, una donna non può partecipare ad associazioni, gare e reclutamenti riservati agli uomini. Il problema che si pone, quindi, è se il cambio di sesso/genere comporti una riallocazione automatica e completa di diritti, prerogative e corrispondenti divieti. E, soprattutto, se sia il singolo l’unico arbitro che può decidere del proprio sesso/genere – secondo la filosofia del self-id – o sia invece necessaria l’approvazione di altri soggetti individuali e istituzionali (genitori, medici, psicologi, giudici). E, infine, se debbano essere sanzionati quanti si rifiutano di accettare autoidentificazioni di genere soggettive, non sancite dalla legge (ad esempio l’insegnante che continua a usare pronomi maschili verso un allievo che si autoidentifica come femmina).

Le organizzazioni che promuovono i diritti Lgbt tendono ad asserire che la scelta del sesso/genere debba essere individuale, completamente libera, rispettata e riconosciuta da tutti. Non hanno però messo in conto che la medesima pretesa di scegliere – e far valere – la propria identità potesse essere avanzata in ambiti diversi dal genere: ad esempio quello della razza. Dopo quello dei trans-sessuali, è venuto il tempo dei trans-razziali.

Sono celebri negli Stati Uniti i casi di Rachel Dolezal (donna caucasica che per anni si è finta di colore prima di fare outing nel 2015), di Korla Pandit (musicista afroamericano che si è fatto passare per indiano) o della professoressa Jessika Crug (figlia di genitori bianchi, che per tutta la vita lavorativa ha fatto credere di essere di colore). Ma i casi più interessanti sono quelli di coloro che, anziché all’inganno, sono ricorsi alla medicina e alla chirurgia per modificare effettivamente il proprio corpo. Martina Big, donna tedesca bianca, è ricorsa a iniezioni di melanina per diventare nera. Oli London, ragazzo bianco inglese, si è sottoposto a 18 (diciotto) interventi chirurgici per diventare come un coreano (più esattamente, per somigliare alla popstar coreana Jimin dei Bts).

Il fenomeno sarebbe rimasto poco più che una curiosità folkloristica se non avesse attirato l’attenzione delle accademiche femministe. Tutto parte da un provocatorio saggio del 2017 in cui la giovane docente di filosofia Rebecca Tuvel sostiene che, così come ammettiamo la possibilità di cambiare genere, per coerenza dovremmo ammettere quella di cambiare razza. Fra i due tipi di transizione, infatti, non sussistono differenze tali da autorizzarne una e negarne l’altra. La filosofa non aveva però previsto che la sua difesa del transrazzialismo possa portare da tutt’altra parte.

I paradossi connessi alla scelta soggettiva della razza (un bianco che diventa nero può godere dei diritti riservati ai neri?) – anziché ampliare gli ambiti della autodeterminazione – hanno finito per accendere un faro sull’assurdità di ogni autoidentificazione, di genere o razza che sia. Da qui una pioggia di contumelie a Rebecca Tuvel e il contrordine: cambiare razza non si può, solo il genere può essere cambiato. La lobby Lgbt è e deve restare un club esclusivo.

 

di Luca Ricolfi

 

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