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Il cappotto di Gogol’

Le opere di Gogol, sembrano non aver subìto il tempo che passa, restando estremamente attuali. “Il cappotto” dopo 170 anni si conferma un’opera di grande spessore.

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A 170 anni dalla morte del suo autore, l’opera di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ non ha subìto gli oltraggi del tempo. Grottesco, ironico, critico feroce dei valori posticci di una società corrotta e malata: se vivesse al tempo d’oggi sarebbe senz’altro un polemista di successo.

Figlio di una famiglia di piccoli proprietari terrieri ucraini, inizia a scrivere a 18 anni. Nel 1829 adotta lo pseudonimo di V. Alov per il suo primo idillio in versi, “Ganc Kjuchel’garten. L’insuccesso è clamoroso, la critica lo stronca e in un impeto di rabbia, dopo averle comperate in blocco, brucia tutte le copie della rivista su cui era stato pubblicato.

Tuttavia non si abbatte, continua a scrivere e il suo grande talento si prende una bella rivincita con i capolavori “Veglie alla fattoria presso Dikan’ka”, “Taras Bul’ba”, “La prospettiva Nevskij”, “La notte prima di Natale”, “Le anime morte” e “Racconti di Pietroburgo”, che lo consacrano come il precursore di un realismo magico capace di ridicolizzare debolezze e mediocrità.

I “Racconti di Pietroburgo” contengono un piccolo gioiello: “Il cappotto”. Narra le vicende di Akakij Akakievič Bašmačkin, un personaggio umile e introverso dalle giornate tutte uguali: ricopiatore di testi e poco altro, viene vessato dai colleghi ed escluso da ogni forma di mondanità, finché non decide di privarsi di tutto per comprare un cappotto sartoriale.

Un’autentica svolta che gli fa conquistare l’ammirazione dei colleghi e il rispetto dei superiori, destinata purtroppo a durare ben poco: il cappotto viene rubato, Bašmačkin morirà di freddo e il suo fantasma da allora girerà per la città derubando cappotti.

In questo racconto, che parla dell’umano e generale destino, Gogol’ sceglie di non condannare nessuno ma semmai di indicare nell’ambiente in cui si vive il desolante motore della corruzione.

La sua critica è incentrata tutta sul rapporto tra gerarchia e potere, con una piccola luce consolatoria: anche nelle creature più meschine si rintraccia un bagliore di vita, una possibilità di risveglio, una palingenesi. Dostoevskij disse «Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’» e aveva ragione: buono per tutte le stagioni, dopo 170 anni è ancora utilissimo da indossare.

di Francesco Rosati

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