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Il surreale Queneau innovò il linguaggio

Sono passati 75 anni dalla pubblicazione di “Esercizi di stile”, una collezione di racconti dello scrittore francese Raymond Queneau. Per molti, una Bibbia di creatività linguistica.
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Il surreale Queneau innovò il linguaggio

Sono passati 75 anni dalla pubblicazione di “Esercizi di stile”, una collezione di racconti dello scrittore francese Raymond Queneau. Per molti, una Bibbia di creatività linguistica.
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Il surreale Queneau innovò il linguaggio

Sono passati 75 anni dalla pubblicazione di “Esercizi di stile”, una collezione di racconti dello scrittore francese Raymond Queneau. Per molti, una Bibbia di creatività linguistica.
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Sono passati 75 anni dalla pubblicazione di “Esercizi di stile”, una collezione di racconti dello scrittore francese Raymond Queneau. Per molti, una Bibbia di creatività linguistica.
«Ha letto “Esercizi di stile” di Raymond Queneau?». Nel reparto reclutamento delle grosse agenzie pubblicitarie era la domanda decisiva. Per l’aspirante copywriter rispondere «Sì» non significava necessariamente essere assunti ma rispondere negativamente dava la definitiva certezza di venire messi alla porta. Gli “Esercizi di stile” di Queneau hanno fatto storia. Per molti, una bibbia di creatività linguistica, 99 modi in cui può essere vestita una frase, raccontata una vicenda. La migliore rappresentazione di come i materiali linguistici contengano potenzialità infinite: alcune codificate come le figure retoriche; altre in perenne movimento come le espressioni gergali, i calembour, i modi di dire. Raymond Queneau fu l’alchimista di scuola surrealista prima e di sperimentazione autonoma dopo che ebbe l’idea straordinaria di comprendere che ogni verità, ossia anche la più piccola e insignificante storiella, possa attraverso il potere del linguaggio assumere vesti diverse, sapori e odori diversi. Quindi, diverso significato. La stessa storia può essere tragica, grottesca, inutile, piatta, straordinaria. Ossia piena di ricchezza. È il lessico utilizzato a deciderne la destinazione. Il periodo non facile che stiamo attraversando è anche figlio di un impoverimento globale del linguaggio ma, prima ancora, di un ‘impoltronimento’ della ricerca di scelte linguistiche plurime e consapevoli. Si parla solo per frasi fatte, per espressioni logore o, peggio ancora, utilizzando slogan. Ci si difende così dall’ansia di non essere compresi, dall’obbligo di centrare subito il risultato. Persino di apparire più sinceri. Anche la persona munita di proprietà lessicali variegate e di qualità ormai gioca al risparmio. Ha occultato le sue possibilità linguistiche e la loro ricchezza nei depositi della memoria e si vergogna di esibirle. La lezione di Raymond Queneau, con le sue funamboliche variazioni sul tema – ricordiamone qualcuna: anagrammi, aferesi, apocopi, slang reazionario, maccheronico, onomatopeico, finto inglese, botanico, volgare, sintetico, ecc. – testimonia che la parola è creazione di mondi possibili, è performativa, costituisce situazioni. L’approccio creativo con la parola si riverbera nei pensieri e modulare il linguaggio significa dare ai nostri pensieri possibilità in più. Gli “Esercizi di stile” di Queneau sono stati trasposti in teatro, al cinema, nei fumetti, letti nelle accademie, analizzati dai cultori di semantica. Sono spassosi, strampalati, virtuosistici e con appiccicata addosso l’essenza stessa del surrealismo: non esiste una sola realtà. Il buffo libretto datato 1947 meriterebbe di tornare in auge magari affiancandosi a Rodari, Longanesi e Campanile già a partire dalle scuole medie. Verrebbe fuori un mondo migliore. Anzi no: tanti, tantissimi mondi migliori.   Di McGraffio

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