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La storia presa a pallonate

Edito da Il Saggiatore, “Storia del mondo in 12 partite di calcio” di Stefano Bizzotto racconta il sottile quanto indistruttibile binomio tra calcio e storia

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La storia presa a pallonate

Edito da Il Saggiatore, “Storia del mondo in 12 partite di calcio” di Stefano Bizzotto racconta il sottile quanto indistruttibile binomio tra calcio e storia

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La storia presa a pallonate

Edito da Il Saggiatore, “Storia del mondo in 12 partite di calcio” di Stefano Bizzotto racconta il sottile quanto indistruttibile binomio tra calcio e storia

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Edito da Il Saggiatore, “Storia del mondo in 12 partite di calcio” di Stefano Bizzotto racconta il sottile quanto indistruttibile binomio tra calcio e storia

Non poteva che essere sferico il pallone del calcio, come il mondo che lo ha eletto a sport più acclamato. Dalla sua nascita, il calcio ha seguito di pari passo la Storia e viceversa, travalicando i confini del rettangolo di gioco e scendendo in campo come protagonista di conflitti, crisi economiche, rivoluzioni e cambiamenti sociali.

Edito da Il Saggiatore, “Storia del mondo in 12 partite di calcio” racconta questo sottile quanto indistruttibile binomio attraverso la penna elegantissima di Stefano Bizzotto, giornalista e telecronista sportivo che ha seguito ben otto Campionati del Mondo e sette Campionati europei di calcio. Dodici partite, talvolta tecnicamente trascurabili, che con un effetto sliding doors hanno cambiato il destino di una comunità o di una nazione.

Si inizia dal 25 dicembre 1914, da quella che fu poi definita ‘la tregua di Natale’. Gli eserciti inglese e tedesco, stremati dalla Prima guerra mondiale, iniziano una rivoluzione dal basso: alzando le braccia in segno di pace, in una striscia di terra nei pressi di Ypres, a sancirla sarà una partita improvvisata tra le macerie. Il giorno dopo tutto ritornerà come prima quando il caporale del 16esimo reggimento di fanteria bavarese ammonisce i suoi commilitoni per quei gesti indegni come «stringersi la mano e giocare a calcio». Quel caporale si chiamava Adolf Hitler.

C’è la tragedia di Superga del 4 maggio 1949, quando l’intera squadra del Grande Torino (insieme all’equipaggio e ai giornalisti) morì nel tragico incidente aereo di ritorno da un’amichevole a Lisbona. Una squadra così piena di talento non si era mai vista, simbolo di un Paese che aveva una voglia matta di rialzarsi dalle macerie della guerra e del fascismo. Il presidente Novo era stato chiarissimo: «Se però non si vince contro l’Inter, non andremo». Cosa sarebbe successo se Benito Lorenzi, punta di diamante dell’Inter, non avesse sprecato tutte quelle occasioni? Quella partita, terminata 0-0, avrebbe portato il Grande Torino alla gloria eterna. Scrisse Indro Montanelli, il giorno dei funerali: «Gli eroi sono sempre stati immortali. E così crederanno, i ragazzi, che il Torino non è mai morto. È solo in trasferta».

Ci sono poi storie solo geograficamente lontane. Cile-Urss del 1973, ad esempio, quando un gol a porta vuota (segnato in quello stesso stadio in cui si torturavano ogni giorno gli oppositori politici) riassunse l’assurda crudeltà del regime di Pinochet. Ma anche Dinamo Zagabria-Stella Rossa di Belgrado 1990, durante cui gli scontri tra tifosi e polizia resero evidente la disgregazione della Jugoslavia nel sangue. Infine la lunga notte di Parigi del 13 novembre 2015, quando tre kamikaze inviati da Osama Bin Laden invasero il campo dello Stade de France per consegnare un messaggio chiaro: l’Europa è nel mirino del terrorismo.

Resta la sensazione che il calcio sia molto più di una competizione per natura. Forse è Arrigo Sacchi ad averlo descritto nel modo più poetico e giusto possibile: «La cosa più importante fra le cose meno importanti».

di Raffaela Mercurio

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