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Le avventure di Tintin nel paese della ligne claire

Commissionato da un prete filo fascista e antisemita a un giovane scout, George Remi,  il personaggio di Tintin è un reporter giramondo, anima di quella “linea chiara”,  che combatte i soprusi e zittisce i bulli. La  sua prima avventura? Tintin, nel Paese dei Soviet

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Padre Norbert Wallez è un chierico conservatore, antisemita e filo fascista messo a capo della testata cattolica belga “Le Vingtième Siècle. Alla ricerca di fumetti per un allegato dedicato ai lettori più piccoli, “Le Petit Vingtième, si imbatte nelle strisce dello scout Totor, personaggio dell’allora diciannovenne George Remi, che si firma Hergé mutuando il suono delle sue iniziali. Questi si era avvicinato allo scoutismo e al mondo cattolico attiguo per salvarsi da un’infanzia povera, grigia e triste – pare funestata persino da uno zio molestatore – che gli aveva fatto sviluppare crisi depressive cicliche destinate ad accompagnarlo per il resto della sua vita.

Alla richiesta dell’editore di ideare un nuovo personaggio, Hergé risponde con le avventure del reporter Tintin e del suo fido cane Milù: personaggi positivi pronti a cercare la verità, proteggere i deboli e tener testa ai bulli.Ma siamo nel 1929 e in quel momento il più grande bullo per un prete reazionario non può che essere l’atea Unione Sovietica. Viene pubblicato quindi a puntate sul giornale “Tintin nel paese dei soviet”, la prima avventura del personaggio dal ciuffo biondo, modellata sul pamphlet anticomunista di Joseph Douillet “Mosca senza Veli”. Nonostante – o forse proprio per – la grossolaneria con cui era descritta la Russia dei bolscevichi, la storia riscuote un notevole successo tra i lettori. La richiesta per le avventure del reporter dal cuore puro cresce e si moltiplicano i suoi viaggi: negli anni successivi lo troviamo in Egitto, Cina, Congo, America e Inghilterra; storie esotiche, scritte però con l’approccio tipico della gretta redazione dalla quale venivano commissionate.

È invece nel 1942 che inizia la maturità artistica dell’autore, malauguratamente proprio nel mezzo dell’occupazione nazista del Belgio. Proprio in quell’anno viene infatti pubblicata la storia “La stella misteriosa”, direttamente come albo di sessantadue pagine e non più a puntate periodiche, consentendo così a Hergé di organizzare l’avventura come un vero e proprio romanzo a fumetti e, soprattutto, di perfezionare lo stile grafico che si sarebbe imposto come sinonimo di eleganza nel campo del fumetto mondiale: quello della ligne claire, emblema della tradizione fumettistica franco-belga. Quando, anni dopo, il disegnatore olandese Joost Swarte conierà la definizione polirematica “linea chiara” (in originale klare lijn), si riferirà proprio al lavoro di Hergé: uno stile dai colori a campiture piene e senza ombreggiature, dove le linee di disegno vengono usate con parsimonia e con spessori sempre identici, dando un’idea di ordine e pulizia grafica anche nelle scene più dettagliate e caotiche.

Questa raggiunta maturità, sia grafica che narrativa, aiuta Hergé ad aggiustare il tiro compiendo ricerche approfondite sui luoghi visitati dal suo eroe fumettistico e permettendogli nel dopoguerra di compiere accurate correzioni alle sue opere giovanili. A questa autocritica rigorosa dobbiamo la forma finale di quell’eterno ragazzo Tintin, dall’animo puro e dalle buone azioni eloquenti: nato letterariamente nel marasma ideologico che portò alla Seconda guerra mondiale, ispirò poi gli europei a un esempio più alto, nella speranza comune che quelle terribili condizioni non si ripresentassero mai più.

 

di Camillo Bosco

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