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Nelle librerie l’opera postuma di Luigi Ghirri, il fotografo dei luoghi

“Niente di antico sotto il sole” è la raccolta postuma di scritti e interviste di Luigi Ghirri, uno dei fotografi più importanti del Novecento che ci lascia ancora oggi orfani di un mondo che diventa reale solo se riusciamo a fermarlo

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Sono passati già 29 anni dalla morte di Luigi Ghirri eppure la sua impronta in ambito visivo e culturale è sempre qui, a far da guida ai suoi eredi (o emulatori) della fotografia contemporanea.

Si assiste ad un ritorno della filosofia visiva di Ghirri soprattutto fra i più giovani e non soltanto fra gli appassionati di fotografia. Questo accade perché Ghirri era molto più che un fotografo e il tour promozionale del suo ultimo libro di scritti ed interviste “Niente di antico sotto il sole” ne è testimonianza.

Un libro che, come si legge già nella prefazione del saggista e curatore fotografico Francesco Zanot, rappresenta “una particolare forma di autobiografia. […] non prevede mai di fornire una spiegazione didascalica e definitiva al suo lavoro, ma si concentra sulle motivazioni che lo hanno spinto ad agire in un certo modo. È come se accompagnasse i suoi osservatori fino alla soglia della visione, senza lesinare energie e parole, per poi fare un passo indietro e ritirarsi”.

Già nel 1982 venne presentato, in una mostra collettiva a Colonia, come uno dei fotografi più significativi del XX secolo. Come dargli torto?

Marina di Ravenna, 1986
Marina di Ravenna, 1986 @Archivio Luigi Ghirri

L’amore per la fotografia

Luigi Ghirri nasce a Scandiano, piccolo paese alle porte di Reggio Emilia, nel 1943.
Sviluppa la sua personalità in un clima di fermento post-bellico, di ripresa economica e di progresso ma restando ancorato (e lo sarà per tutta la sua vita) alla sua Emilia e alla provincia, come a voler restituire alla quella terra tutto ciò che essa gli ha dato, con amore ed entusiasmo.

Nel 1969 qualcosa scuote l’anima di Ghirri: l’immagine della Terra fotografata dalla navicella spaziale in viaggio verso la Luna. La prima fotografia del mondo che lo rende, così, riconoscibile e fisso nell’immaginario collettivo.

Parte da qui lo sviluppo di un suo concetto fondamentale e cioè la fotografia come mezzo e non come fine. Mezzo di riconoscimento e di conferimento di senso, perché il mondo non esiste senza immagini che lo rappresentano e le fotografie, dunque, aiutano a formalizzare una memoria collettiva.

Fotografo di luoghi e non di paesaggio

Da molti ancora considerato erroneamente un “fotografo di paesaggio” (per la sua formazione da geometra ed il suo interesse verso l’architettura urbana) è in realtà più propriamente un fotografo di luoghi e contemporaneamente non-luoghi.
Costantemente legato alla sua terra emiliana, alle province e territori privi di consistenza artistica o culturale, viaggiava poco, eccetto qualche viaggio in Europa ed America.
La sua sete di curiosità trovava sollievo a pochi passi  attraverso vetrine, insegne, muri o addirittura fra le quattro mura di casa.

Identikit di Luigi Ghirri
Identikit, 1979 @Archivio Luigi Ghirri

Dal 1970 prenderanno corpo diverse serie basate su questa filosofia, prime fra tutte “Vedute” e “Italia aliati”  così come la più celebre serie poi divenuta volume “Kodachrome”; quest’ultimo diventato a tal punto un’ossessione per i collezionisti da essere ritornato in stampa nel 2018 grazie all’editore inglese MACK che per realizzarlo si è recato a Modena dallo stampatore Arrigo Ghi per ritrovare, insieme a lui, il tono originale delle immagini.

Marina di Ravenna, Kodachrome, 1972
Marina di Ravenna, Kodachrome, 1972 @Archivio Luigi Ghirri

Il principale merito di Ghirri alla fotografia italiana contemporanea è quello di aver dato voce a luoghi, oggetti, cose che, nel turbinio dell’era moderna sarebbero andati altrimenti perduti. La sua era una curiosità fanciullesca e trasversale verso la vita, lontana dagli schemi rigidi degli ismi contemporanei: nulla è antico se viene fermato nella nostra mente ed è proprio grazie alle immagini (e quindi al linguaggio fotografico scelto da Ghirri) che possiamo abitare il mondo. 

Una filosofia alla base del triangolo della semiotica costituito da  significato-significante-osservante. Per questo Ghirri non può essere considerato un mero fotografo ma un cultore del nostro tempo.

Ghirri: il fotografo che portò l’Emilia nel mondo

Inoltre a Ghirri và dato il merito, grazie alla sua sensibilità, di aver dato nuova linfa e luce ai luoghi dell’Italia, in particolar modo alla sua Emilia diventata ormai nell’immaginario collettivo “quella delle fotografie di Ghirri”: rassicurante, genuina, a tratti malinconica e spaesante.

Formigine (Modena), 1985
Formigine (Modena), 1985 @Archivio Luigi Ghirri

Daniele De Lonti, docente di fotografia in Naba e spalla di Ghirri per buona parte della sua vita, parla dell’eredità di Ghirri presente soprattutto in questo stato di costante tensione ​​verso l’approfondimento per cui andare sempre a scavare anziché farsi attirare dalle sirene della superficie. 

È un paradosso: la fotografia ha a che fare soprattutto con superficie ed apparenze ma è anche una sfida che Ghirri ha saputo affrontare per andare a grattare la superficie delle cose fino alla morte, nel 1992. 

Grizzana (Bologna) 1989-90 @Archivio Luigi Ghirri
Grizzana (Bologna) 1989-90 @Archivio Luigi Ghirri

“Ho cercato nel gesto di guardare il primo passo nel cercare di comprendere”.

 

Tutte le foto provengono dall’Archivio Luigi Ghirri.

 

 

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