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Il caso di Sally Rooney: scrivere per la cultura negando la cultura

La scrittrice irlandese, autrice del recente romanzo “Beautiful World, Where Are You”, ha deciso di boicottare Israele rifiutando la traduzione del libro in ebraico.

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Nel mercato editoriale mondiale è conosciuta come “la Salinger della generazione Snapchat”: è la scrittrice Sally Rooney, irlandese, appena trentenne e già autrice di due best-seller, “Parlarne tra amici” del 2017 e “Persone normali” del 2018. Quest’ultimo ha segnato il successo dell’autrice dopo la trasposizione in una miniserie firmata Amazon che ha tenuto letteralmente incollati allo schermo gli inglesi durante il primo lockdown.

Il caso con Israele

La generazione dei Millenial, ai quali l’autrice si rivolge principalmente, ha aspettato ben 3 anni per l’ultimo lavoro “Beautiful World, Where Are You” nelle librerie dal 7 settembre 2021 con un lancio colossale: dal merchandising ai camion-bar in giro per la città di New York.

Decisamente troppo forse per la Rooney, che non ha mai nascosto le sue posizioni politiche  – “Da marxista sono scettica sull’industria culturale, primo perché è un’industria” aveva dichiarato –  ma, anzi, ha inasprito le sue idee con la decisione di non pubblicare il suo ultimo lavoro in lingua ebraica con il preciso intento di boicottare lo Stato israeliano appoggiando la battaglia palestinese. I precedenti successi dell’autrice erano stati pubblicati in Israele con la casa editrice Modan, che ha ricevuto un no secco a nome dell’agente.

La Rooney è firmataria, insieme a numerosi altri artisti, di una lettera aperta promossa dal movimento Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro “le potenze globali, soprattutto Stati Uniti e Israele e al suo esercito”, chiedendo di fatto ai governi mondiali di tagliare i rapporti politici e commerciali con il Paese.

 In un comunicato stampa, la Rooney ha poi rincarato la dose: “Capisco che non tutti saranno d’accordo ma sento che non sarebbe giusto per me nelle circostanze attuali accettare un nuovo contratto con una società israeliana che non prende pubblicamente le distanze dall’apartheid nei confronti dei palestinesi e che non sostenga i diritti del popolo palestinese sanciti dall’ONU”.

Le reazioni dell’establishment israeliano 

La decisione ha scatenato, ça va sans dire, una valanga di polemiche.

All’Assemblea generale dell’Onu il premier israeliano Naftali Bennett ha detto, in un discorso ben più ampio ma quanto mai attinente con l’accaduto, che odiare Israele non vi rende woke”. Woke, il passato del verbo “to wake” (svegliare), rappresenta metaforicamente il nuovo trend della politica di stampo progressista, utilizzata per la prima volta da Boris Johnson per definire la consapevolezza profonda delle diseguaglianze e del razzismo.

Il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini critica aspramente l’ipocrisia culturale manifestata dalla Rooney: “Hanno mai boicottato la Cina? Perché boicottano solo un Paese, l’unico stato ebraico al mondo?”, attenzionando l’opinione pubblica sui dati diffusi nel 2020 da Pen America, organizzazione no-profit, che mostrano una massiccia presenza di scrittori e giornalisti in carcere in Cina, Arabia Saudita, Turchia ed Iran.

Lo scrittore e regista israeliano Etgar Keret, invece, pone l’accento sull’oggetto del boicottaggio, la cultura: “Il compito della scrittura è insegnare e sostenere, non punire e boicottare”.

La cultura o è libera o si trasforma in qualcos’altro, ad esempio in propaganda.

Le buone intenzioni della Rooney non si discutono ma sembra chiaro che negare la lettura ad un popolo in lotta per i più scontati diritti civili non risolverà le cose.
Anche i ragazzi israeliani avrebbero avuto bisogno di un “Beautiful world” a cui ambire.

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