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Universitari, avvocati e notai spingono la pirateria editoriale

Anche loro contribuiscono alla perdita di 5400 posti di lavoro a causa della pirateria editoriale. “Ancora non si comprende che scrivere è un lavoro collettivo, capace di nutrire la cultura e le emozioni”, spiega l’autrice del bestseller “I leoni di Sicilia”.

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Li chiamano ‘Ghost book’, libri fantasma, riprodotti e poi immessi sul mercato illegalmente a scapito di un settore, quello editoriale, che fatica già da anni a risalire di quota.

La pirateria editoriale, negli anni della pandemia, è cresciuta in modo direttamente proporzionale ai contagi. Un mercato illecito che frutta milioni di euro e che proprio l’altro giorno ha portato all’arresto di diversi componenti di una banda, in Calabria attiva nella contraffazione di materiale editoriale per un giro d’affari pari a 1,5 milioni di euro. Ma cosa accade quando decidiamo di non acquistare bensì di ottenere gratuitamente un libro o una rivista?

In numeri, parliamo di un danno economico annuo alla filiera editoriale (carta più digitale) di 771 milioni di euro, pari al 31% del valore del mercato. Per il fisco, 322 milioni di euro di introiti mancati. Per il mondo del lavoro 5400 posti persi nel mondo del libro (13100 complessivamente se si considera anche l’indotto).

Con un semplice click, in pratica, decidiamo di mortificare la professione di scrittore, riducendo un mestiere così complesso a un mero hobby privo di gratificazione economica. Come ben spiegato dal presidente dell’Associazione Italiana Editori, Ricardo Franco Levi: “Leggere, ascoltare o addirittura distribuire libri e audiolibri piratati significa contribuire a un fenomeno che toglie risorse economiche e posti di lavoro all’editoria, introiti fiscali allo Stato e che annienta l’opportunità di poter vivere del loro lavoro grazie ai diritti d’autore”.

In pratica, tagliamo semplicemente le gambe alla cultura.

Se pensando ai pirati ci vengono giocosamente in mente uomini barbuti amanti del rum, nel caso dell’editoria risultano invece essere personaggi molto più ‘affidabili’: l’81% sono studenti universitari che hanno dichiarato di compiere atti di pirateria (compreso quello di fotocopiare libri di studio) almeno una volta all’anno, unitamente al 56% costituito da professionisti (avvocati, notai, commercialisti, ingegneri, architetti ecc…). Proprio chi insomma, dietro quei tomi, dovrebbe comprenderne la fatica e non interpretarli solo come carta straccia da sfruttare ad uso e consumo. 

E la mancata consapevolezza di commettere un atto illecito, non può essere una giustificazione dato che l’82% degli intervistati è conscio dell’irregolarità ma ritiene sia poco o per nulla probabile essere scoperto e punito. Il 39% risponde di non considerarlo poi così grave. 

La pirateria è un problema culturale e di legalità insieme – continua il presidente dell’Aie – Serve un cambiamento attraverso una campagna di sensibilizzazione imponente che coinvolga anche edicole e librerie oltre i media e le istituzioni”. Già, la cultura. Quel fondamento imprescindibile su cui da sempre poggia qualsiasi società. L’idea che debba essere gratuita, ottenuta senza rendere qualcosa in cambio a chi, con fatica, decide di lavorare e produrre opere d’ingegno, è certamente figlia della nostra società ‘mordi e fuggi’.

Soppiantate le enciclopedie dalle pagine web, racconti e romanzi da video su Instagram e TikTok, ecco che anche i libri (costretti inevitabilmente a seguire il flusso della modernità divenendo ebook) diventano prodotti da accaparrarsi nel modo più economico e veloce possibile. Con un click.

All’indomani dei 10 libri finalisti in lizza per il Premio Strega, le considerazioni finora affrontate sembrano ancor più gravi e degne di attenzione collettiva.

Togliere terreno alla pirateria vuol dire valorizzare opere nate dal lavoro di tante persone, un lavoro collettivo capace di nutrire sia la cultura che le emozioni”, ha dichiarato Stefania Auci, la scrittrice rivelazione del bestseller “I leoni di Sicilia – La saga dei Florio”.

 

di Raffaela Mercurio

 

 

 

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