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title: "Francia &#8211; Italia"
description: "A guidare Louis Vuitton ora sarà l'italiano Pietro Beccari. In Italia si può fare business, purché non si cresca troppo."
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date: 2023-01-12
author: Fulvio Giuliani
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categories: [Moda]
tags: [Evidenza, Italia, moda, società]
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# Francia &#8211; Italia

![Pietro Beccari](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2023/01/Evidenza-sito-53-2.png)

A guidare Louis Vuitton ora sarà l'italiano Pietro Beccari. In Italia si può fare business, purché non si cresca troppo

**A dispetto della narrazione che vorrebbe l’Italia e le sue imprese terreno di conquista della Francia, un altro nostro *manager*, Pietro Beccari, è stato individuato per guidare una grande azienda francese**. E che azienda: **Louis Vuitton**, uno dei marchi iconici non solo della moda mondiale ma dell’orgoglio francese. Beccari era già da cinque anni presidente e *ceo* di Christian Dior Couture, oltre che membro del Comitato esecutivo del colosso Lvmh. Se pensiamo che dallo scorso luglio a capo di Renault c’è un altro italiano, Luca De Meo, appare francamente arduo andare avanti con questa storia dell’Italia preda e della Francia predatrice.

**In un sistema economico profondamente integrato come quello che ci vede protagonisti di una delle aree più ricche al mondo, è scontato che due Paesi vicini e in qualche misura complementari vivano di continui scambi azionari e soprattutto di cervelli e talenti.** Questo, naturalmente, non significa che negli anni non si sia assistito a un progressivo trasferimento Oltralpe delle quote di controllo di tante aziende e non poche glorie del nostro Paese. **Fa specie che a guidare Louis Vuitton ora ci sia un italiano, anche perché il più grande gruppo mondiale della moda** – il già citato Lvmh di Bernard Arnault – **è francese e molti dei *brand* che hanno contribuito alla storia dello stile di casa nostra ne sono stati assorbiti.**

**Proviamo a chiederci perché: secondo alcuni, in Italia si può fare *business* purché non si cresca troppo.** Perché il nostro Paese non sarebbe terra di multinazionali e colossi. Una sciocchezza, smentita da chiunque abbia una conoscenza anche superficiale della storia industriale italiana e delle parabole di tanti marchi. Non c’è nulla di genetico, anche la leggendaria idiosincrasia dell’imprenditore italiano ad alleanze e fusioni sarebbe del tutto insufficiente a spiegare cosa sia accaduto.** La verità è che il nostro sistema** – dove per sistema si intende l’insieme delle condizioni oggettive in cui un’azienda si trova a crescere, svilupparsi e affrontare la sacrosanta concorrenza – **non si è mai adattato all’evoluzione e allo spirito dei tempi.** **Le nostre grandi società hanno scelto in numero crescente di spostare le proprie sedi legali fuori dei confini** (si pensi ai casi di scuola di Fca ex Fiat, Ferrero o Campari),** finendo nel ridicolo tritacarne mediatico dell’accusa di voler “evadere le tasse”.** Nessuna di queste aziende ha evaso alcunché, continua a produrre anche in Italia esattamente come prima e soprattutto a mantenere nel nostro Paese il cervello operativo e decisionale.

Allora perché? **Perché il nostro diritto societario e la nostra giustizia non consentono ad aziende destinate a confrontarsi con i migliori al mondo nei propri settori di competere adeguatamente.** Spostare la sede legale in Olanda o in Lussemburgo non comporta alcuna “furbizia” fiscale, ma consente una gestione più dinamica e rispondente al mercato di oggi rispetto alle norme italiane. Parliamo di gestione dei pacchetti azionari, dei voti in assemblea e in Consiglio di amministrazione, parliamo di ciò che permette a un’impresa di programmare a medio e lungo termine uno sviluppo non solo organico ma anche attraverso operazioni straordinarie come fusioni e acquisizioni. Mosse spesso di straordinaria complessità, rese ad altissimo rischio da leggi antiquate e dai tempi di una giustizia che a volte sembrano fatti apposta per far fuggire a gambe levate investitori. Italiani o stranieri che siano.

**La nostra industria ha un oggettivo problema dimensionale, testimoniato dalla capacità di chiunque di elencare i pochi colossi a guida interamente italiana: Armani, Barilla, le già citate Ferrero e Campari, Leonardo ed Enel (entrambe però sono aziende a controllo pubblico)**. Non se ne aggiungono di nuove e non certo perché in Italia scarseggino il talento, la genialità imprenditoriale o l’altissima qualità manageriale, come dimostrato dagli esempi da cui siamo partiti.

**La verità è che l’italico *mix* di norme, giustizia e fisco avrebbe schiantato qualsiasi sistema economico appena meno resistente e fantasioso del nostro.  **

Di *Fulvio Giuliani*
