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title: Gucci e il debutto di Demna Gvasalia che fa camminare l’archivio
description: Da tempo si attendeva il debutto di Demna Gvasalia nella maison fiorentina Gucci. Ma, nella vita reale, chi avrebbe davvero indossato quegli abiti?
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date: 2026-03-03
author: Serena Parascandolo
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categories: [Moda]
tags: [moda italiana]
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# Gucci e il debutto di Demna Gvasalia che fa camminare l’archivio

![Gucci](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2026/02/Gucci-1024x639.jpg)

Da tempo si attendeva il debutto di Demna Gvasalia nella maison fiorentina Gucci. Ma, nella vita reale, chi avrebbe davvero indossato quegli abiti?

Il debutto di **Demna Gvasalia con Gucci** era atteso da mesi. Già da settembre, tra fashion week e prime avvisaglie, si intuiva che la FW 26/27 del 27 febbraio non sarebbe stata una sfilata qualsiasi. Al centro, un concetto preciso: la Gucciness, ovvero ciò che definisce l’essenza, l’estetica e il codice stilistico della maison fiorentina. Ora, diciamolo chiaramente, quante volte abbiamo assistito a sfilate bellissime, formalmente perfette, salvo poi chiederci chi, nella vita reale, avrebbe davvero indossato quegli abiti? Ecco, Demna ribalta la situazione.

Osserva chi Gucci lo indossa davvero — i consumer, quelli veri — e da lì costruisce la collezione. Un guardaroba umano, autentico e reale che attraversa l’heritage senza stravolgerlo né idolatrarlo, ma tenendolo semplicemente in vita, anche attraverso quella parodia sottile che è da sempre parte della Gucciness. La sfilata, narrativamente chiamata “Primavera Gucci” — più come idea di rinascita che come stagione — inizia in realtà il giorno prima. **A sorpresa, Demna pubblica sui social una lettera ufficiale, con stemma e logo, in pieno stile Gucci. Una missiva intensa ed emotiva, in cui si percepisce una stima profonda per il brand e per la sua storia, affermando un punto chiave: quanto Gucci sia cultura prima che brand.**

Non a caso tutto prende vita al Palazzo delle Scintille di Milano. Un luogo simbolico, che amplifica l’idea di un archivio vivo. Alle 14 l’attesa è palpabile. Fuori, un pubblico eterogeneo e perfettamente coerente con l’universo Gucci immaginato da Demna: da **Paris Hilton**, biondissima e iconica, ad **Alessandro Michele**, ex direttore creativo della maison, fino a **Demi Moore, Donatella Versace, Ghali ed Esdeekid**, volutamente coperto. Celebrità, figure della moda, artisti, outsider, perché anche — e soprattutto — questo è Gucciness. La passerella si apre con un fascio di luce, e iniziano a uscire i primi look. Non abiti shock, ma archetipi viventi: la chic sofisticata, il palestrato, l’estetica street, il glamour ostentato. Inclusività? Totale, ma in una chiave quasi memetica e molto reale, dove ogni corpo e ogni camminata — anche storta, eccessiva, fuori misura — diventano atteggiamento e raccontano un tipo umano riconoscibile. L’archivio non viene citato o reinterpretato, viene reso umano.

La borsetta iconica della maison portata con sicurezza quasi snob, chi fatica sui tacchi, la postura machista e atteggiata “perché vestito Gucci”, così come quella teatrale. Una passerella composta da persone vere, con tutte le contraddizioni del caso. E no, non è una scelta casuale. In passerella sfilano anche volti iconici e nuove presenze, mescolando controculture e memoria del brand in modo fluido. **La presenza di Kate Moss è un richiamo potentissimo all’archivio anni ’90 e alla stagione Tom Ford, evidente nelle silhouette sensuali, nei riferimenti lingerie e nelle schiene nude che riportano subito all’immaginario Gucci più audace.** Accanto a lei anche Vivienne Wilson, sì, la figlia di Elon Musk, figura simbolica della nuova generazione, presenza tutt’altro che casuale, che inserisce nella narrazione una Gucciness sempre più stratificata e contemporanea.

Fortissimo anche il ritorno del logo. Per anni il quiet luxury ha quasi “censurato” la logomania, facendocene quasi una colpa per averlo indossato.** Demna fa l’opposto anche qui, lo rimette al centro, come segno identitario. **Ma non lo limita a borse, cinture e collant, stiamo parlando di Demna Gvasalia, e le controculture sono il suo pane quotidiano. Così il logo diventa anche cresta punk nei colori Gucci, creando un corto circuito perfetto tra ribellione ed heritage. E anche il borsello al petto, in stile maranza, non è caricatura, è realtà.

**Il messaggio, neanche troppo nascosto, è questo: la vera ribellione oggi è identificarsi apertamente in ciò che si è, senza vergogna ma con rispetto. **Se il logo grosso e ripetuto ci piace, allora che ben venga che si veda. Questa è la primavera Gucci, clamorosa perché tremendamente consapevole. Demna non ha stupito, ha dimostrato di conoscere il brand, di averlo studiato e attraversato, trattandolo con rispetto e riportandolo nel contemporaneo, nel tentativo di parlare a noi. Perché Gucci, inevitabilmente, è – ed è stato – nella vita di ognuno: autentico o contraffatto, in profumo o in total look. Gucci è un modo di essere. E guardando la sfilata, almeno in un look, ognuno di noi avrà pensato: “vabbè, sono io”.

Più inclusivo di così, impossibile.

Di *Serena Parascandolo*
