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“Meno io, più noi” il manifesto di Chiuri da Fendi non convince

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Il debutto di Chiuri da Fendi proclama il “noi” tra slogan e heritage. Ma la collettività appare più costruita che reale

fendi

“Meno io, più noi” il manifesto di Chiuri da Fendi non convince

Il debutto di Chiuri da Fendi proclama il “noi” tra slogan e heritage. Ma la collettività appare più costruita che reale

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“Meno io, più noi” il manifesto di Chiuri da Fendi non convince

Il debutto di Chiuri da Fendi proclama il “noi” tra slogan e heritage. Ma la collettività appare più costruita che reale

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Il 25 febbraio 2026 è stato il giorno del debutto di Maria Grazia Chiuri da Fendi alla Milano Fashion Week, con la collezione FW26/27. Una sfilata che, già dal titolo, si fa manifesto: “Meno io, più noi”, scritto grande. Tre lettere che compongono una parola piccola ma enorme, perché oggi, quel pronome personale è chiamato in causa su concetti importanti, come collettività, partecipazione e inclusività. Una responsabilità non da poco, che ci riporta subito al primo paradosso del contesto: l’accesso.

Nel fashion system, a eventi di questo tipo si partecipa per selezione. Il noi, sarà enorme nel manifesto, ma l’ingresso resta piccolo e filtrato. E noi? Noi, grazie ai social, riusciamo a esserci come numeri più che come presenza, partecipando e commentando da dietro uno schermo. Il contesto, poi, fa il contesto. Il front row è una dichiarazione parallela al titolo della collezione. In prima fila siedono Monica Bellucci, Uma Thurman, Valeria Golino e Chiara Ferragni. Nessuno scandalo, è il rito della visibilità. Solo che, quando la parola d’ordine è “noi”, la frizione diventa inevitabile. Perché se il “noi” viene raccontato attraverso la celebrity economy, ciò che ottieni non è una comunità, è una platea. Intanto le luci si abbassano, la musica parte e la collezione scorre con la modalità disciplina attivata. Una sequenza di giacche e colletti austeri, quasi monacali, dentro una palette scura tendente al total black che rimanda — con una certa evidenza — a un lessico già visto nell’esperienza Dior, dove Chiuri ha guidato la direzione creativa per circa un decennio. È un inizio che punta più alla struttura che all’empatia, e che poi cambia passo quando la palette si alleggerisce e le linee si ammorbidiscono. La regia sembra accompagnarci, quasi in modo didattico, dall’austerità alla promessa di apertura e di comunità.

L’uso di scritte, simboli e codici — strumenti che Chiuri conosce bene: le t-shirt “We should all be feminists” sono state un caso di scuola. Stavolta quel meccanismo torna — dallo slogan all’impianto — con la collaborazione di SAGG Napoli e il riferimento a Mirella Bentivoglio. In scena compaiono messaggi di appartenenza e lealtà su sciarpe da stadio, che si innestano anche sulle borse iconiche baguette della maison. Le scritte funzionano perché sono immediate e comunicative, una grafica perfetta per rendere leggibile un concetto così ambizioso. Proprio per questo, però, rischiano di fermarsi alla superficie. Il messaggio diventa chiaro, condivisibile, fotografabile — non necessariamente attraversabile. Dentro lo stesso cortocircuito rientra anche il ritorno delle pellicce, codice storico di Fendi, riletto attraverso la narrativa del riuso di materiali d’archivio. Heritage e responsabilità provano a stare insieme, ma l’effetto collaterale è automatico, si riapre un dibattito etico ancora sensibilissimo. Il tema viene messo in sicurezza col vocabolario dell’upcycling e dello stock: magazzino, riuso, riadattamento. In pratica, nessuna colpa nuova, solo un passato lucidato e rimesso in scena.

La sfilata, in definitiva, sembra aver “flaggato” tutte le caselle con una precisione quasi didascalica: inclusività calibrata, empowerment femminile, collaborazione artistica, memoria della maison e pragmatismo progettuale. Tutto è al posto giusto, tutto è comunicativamente consapevole. Ed è forse proprio questa consapevolezza a rendere l’operazione meno convincente sul piano emotivo, perché appare più costruita che realmente vissuta. “Meno io, più noi” parla soprattutto all’archivio — alle sorelle Fendi e al loro claim “Fendi siamo noi”. E allora viene il dubbio, mentre dice “noi”, Chiuri sta indicando se stessa e la sua comunità con la maison più che una collettività reale.

Di Serena Parascandolo

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