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title: &quot;Eutanasia a 23 anni: la storia (pericolosa) di Shanti De Corte&quot;
description: &quot;Accade in Belgio: la 23enne Shanti De Corte viene accompagnata alla morte per fuggire alla sua depressione&quot;
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date: 2022-10-12
author: Maruska Albertazzi
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categories: [Salute]
tags: [Evidenza]
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# Eutanasia a 23 anni: la storia (pericolosa) di Shanti De Corte

![Eutanasia a 23 anni: la storia di Shanti De Corte](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2022/10/Evidenza-sito-1-4.jpg)

Accade in Belgio: la 23enne Shanti De Corte viene accompagnata alla morte per fuggire alla sua depressione. Una storia che apre diversi interrogativi ma, soprattutto, costituisce un precedente molto pericoloso.

Decidere di **accompagnare alla morte una ragazza di 23 anni che non riesce più a vivere a causa della depressione**. È quello che è successo in Belgio, dove **Shanti De Corte è ricorsa all’eutanasia per porre fine a una vita che per lei era ormai insopportabile**.

Dal 2016, anno in cui fu testimone della morte di alcuni suoi compagni di scuola durante un attentato dell’Isis all’aeroporto di Bruxelles-Zaventem, la sua quotidianità era scandita da continui attacchi di panico sedati grazie a undici diversi psicofarmaci.

**Il Belgio è uno dei Paesi che con maggiore facilità concedono il ricorso all’eutanasia** e lo dimostra proprio questo caso, in cui a essere uccisa è una ragazza non affetta da una malattia terminale o neurodegenerativa ma da quello che viene comunemente chiamato “il mal di vivere”. Per molti, una scelta compassionevole e giustificata dalla diagnosi di due neuropsichiatri che hanno ritenuto incurabile la depressione. Eppure, **alla base della decisione eutanasica ci sono due princìpi**: la capacità di autodeterminazione e l’impossibilità di recupero, che devono essere dimostrati al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma se le ideazioni suicidarie e i pensieri di morte sono tra i sintomi stessi della depressione, come si può considerare libera e consapevole la scelta di morire espressa da una persona malata?

Non solo. **La possibilità di recupero nelle patologie mentali è direttamente proporzionale alla tempestività e adeguatezza delle cure ricevute**: si possono considerare adeguate delle cure psichiatriche che comportano l’assunzione di undici diversi psicofarmaci? Leggendo tra le righe si capisce che la storia di Shanti non è quella di una malattia incurabile ma di una malattia non curata adeguatamente. È la storia – molto più frequente di quanto non si pensi – di una persona che già soffriva di una o più patologie psichiatriche prima del trauma che le ha causato quei sintomi per lei insopportabili, costringendola a peregrinare tra reparti e strutture senza trovare mai qualcuno in grado di aiutarla davvero.

**Stiamo parlando di una ragazza di 23 anni, un’età in cui la corteccia frontale ha appena terminato di formarsi**, un’età in cui si fatica a vedere la luce oltre il buio. Si può argomentare che chi ha dato il via libera per l’eutanasia abbia tenuto conto di tutti i fattori predisponenti e precipitanti, ma qui si tratta di decidere se sia plausibile concedere per legge la morte a una ragazza poco più che ventenne sulla base di una malattia di cui ancora oggi sappiamo molto poco.

Per quanto ci siano studi che dimostrano l’attivazione e inattivazione di alcune aree cerebrali nelle persone affette da depressione maggiore, non ne esistono che attestino la cronicità di questa condizione e nemmeno tutte le sue implicazioni, che mutano da soggetto a soggetto. Ne consegue che **la scelta di definire “cronica” la malattia sia soggettiva e opinabile**, data dall’esperienza dell’operatore e dalle statistiche ma non dalla semeiotica medica. È anche una scelta che libera le istituzioni dalla responsabilità di quella **mancata cura e permette loro di nascondersi dietro l’alibi della morte compassionevole**, scaricandola così sulle spalle della persona malata e dei suoi famigliari.

Decidere di accompagnare alla morte una giovane perché «la sua sofferenza psicologica era insopportabile» **non solo costituisce un precedente pericoloso ma lancia anche un messaggio profondamente sbagliato alle nuove generazioni**, che sempre di più vengono cresciute nell’incapacità di sopportare le frustrazioni e con l’idea che, quando la sofferenza è tanta, sia meglio mollare piuttosto che combattere.

 

*di Maruska Albertazzi*
