10 anni senza David Bowie
In un’epoca di cloni digitali e hit usa-e-getta, ogni nota di David Bowie ci ricorda che il genio non si fabbrica, si coltiva
10 anni senza David Bowie
In un’epoca di cloni digitali e hit usa-e-getta, ogni nota di David Bowie ci ricorda che il genio non si fabbrica, si coltiva
10 anni senza David Bowie
In un’epoca di cloni digitali e hit usa-e-getta, ogni nota di David Bowie ci ricorda che il genio non si fabbrica, si coltiva
Sono passati oggi 10 anni dalla scomparsa di David Bowie e com’era prevedibile il web è invaso da giorni di articoli di ogni tipo, tributi e via discorrendo. Giusto così. Questo però non sarà un articolo da ricerca enciclopedica, da sviolinatura di termini tecnici e citazioni, perché a cercare sul web siamo capaci tutti e di alternative ce ne sono parecchie. Sintetizzare la carriera di Bowie compiutamente in poche battute è per altro un’impresa impossibile: si dovrebbe fare delle scelte, che escluderebbero qualcosa, e mai come in questo caso è importante la visione d’insieme per comprendere il miracolo di cui parliamo.

David Bowie non fu un overnight sensation: impiegò quasi un decennio di flop e sperimentazioni per emergere, trasformando il “tempo” da ostacolo in alleato della sua genialità camaleontica. Dal 1964 al 1969 rilasciò oltre 10 singoli fallimentari – da “Liza Jane” con i King Bees a “Rubber Band” su Deram – e il suo debutto omonimo del 1967 raggiunse solo la posizione 125 nelle classifiche UK, portando a un contratto rescisso e due anni di silenzio discografico. Oggi per lui sarebbe stata la fine, ma per fortuna un tempo la musica viaggiava a ritmi diversi e ha avuto la possibilità d’aspettare la sua fioritura.
“Time, he’s waiting in the wings”.
Ogni step, inciampo e salto della sua carriera concorre alla sintesi dell’unicità bowieana. Da quell’inizio travagliato nacque la fede nel cambiamento camaleontico, trovando nel teatro gli archetipi per creare qualcosa di nuovo, unita a una vena geniale e un gusto musicale ineguagliabili. Aggiungetevi caparbietà, applicazione, studio e ossessione, e capite perché per i tanti epigoni raggiungere l’originale è nient’altro che una chimera. Musicalmente parlando, Bowie ha attraversato glam (“Ziggy Stardust”, 1972), soul (“Young Americans”, 1975), elettronica berlinese (“Low”, “Heroes”, “Lodger” con Brian Eno), pop mainstream (“Let’s Dance”, 1983) e sperimentazioni industriali senza perdere autenticità: ogni maschera che indossava era la propagazione e l’amplificazione di un’unicità.
Fu pioniere: nel 1997 emise i “Bowie Bonds” da 55 milioni di dollari sui suoi diritti e lanciò BowieNet, precursore dei social media per fan. “La vita imita l’arte più di quanto l’arte imiti la vita” citando Wild e Bowie deve aver fatto suo fino in fondo questo concetto. Basti come esempio l’ultima opera regalataci, “Blackstar”, album uscito due giorni prima della scomparsa l’8 gennaio 2016, nel giorno del suo 69° compleanno.
Registrato in segreto mentre combatteva un cancro al fegato diagnosticato 18 mesi prima, è semplicemente un capolavoro e ne è prova anche solo quanto suoni tutt’ora attuale e allo stesso tempo avanti. Con soli 41 minuti in 7 tracce, “Blackstar” è una costellazione di generi che pulsano all’unisono, art rock, jazz sperimentale, free jazz, rock progressivo, con elementi derivanti persino dall’HipHop e dal Folk. Di fatto, un testamento in musica e ancor di più rileggendo tutta l’opera retrospettivamente, in particolare il brano “Lazarus” dove i riferimenti alla malattia celata e alla vicina fine sono più espliciti, nelle atmosfere, nei riferimenti quanto nel testo stesso: “Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen”. E poi quel Bluebird (“Eastern bluebird”, un simpatico pennuto blue ndr), simbolo di libertà e dell’amata New York, a simboleggiare la fine come un passaggio, come libertà, sulle ali di un solo di sax da brividi.
Tony Visconti, produttore di lunga data di Bowie e mano sapiente anche dietro l’ultimo disco, disse: “La sua morte non è stata diversa dalla sua vita: un’opera d’arte”. Ha fatto “BlackStar” per noi, è stato il suo regalo di addio. Sapevo da un anno che questa sarebbe stata la sua maniera”. In un’epoca di cloni digitali e hit usa-e-getta, ogni nota di Bowie ci ricorda che il genio non si fabbrica, si coltiva. La sua stella nera brilla ancora, sfidandoci a osare.
di Federico Arduini
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