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90 anni di Woody Allen

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A novant’anni Woody Allen è ancora lì, con il suo sguardo esitante e le battute che sembrano arrivare sempre un secondo prima della malinconia

Woody Allen

90 anni di Woody Allen

A novant’anni Woody Allen è ancora lì, con il suo sguardo esitante e le battute che sembrano arrivare sempre un secondo prima della malinconia

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90 anni di Woody Allen

A novant’anni Woody Allen è ancora lì, con il suo sguardo esitante e le battute che sembrano arrivare sempre un secondo prima della malinconia

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Da decenni Woody Allen attraversa il cinema come una presenza inconfondibile, capace di trasformare insicurezze, paure e piccole manie in materia narrativa. La sua fragilità è diventata uno strumento creativo, la sua nevrosi un modo per dialogare con il pubblico di ogni generazione. A novant’anni – compiuti mentre le sue biografie continuano a oscillare tra il 30 novembre e il 1° dicembre 1935 – resta una figura cardine della cultura contemporanea, uno di quegli autori che ha saputo unire mondi lontanissimi: Bergman e i fratelli Marx, Freud e Gershwin, il dramma esistenziale e il sorriso improvviso.

Cresciuto a Brooklyn con il nome di Allen Stewart Konigsberg, non ha mai tagliato il cordone che lo lega a New York. Le sue strade, i suoi caffè, le sue notti e i suoi silenzi compaiono in gran parte dei suoi film. Manhattan è diventato un manifesto estetico e sentimentale: una città filmata come si filma una persona amata, con la consapevolezza che anche la meraviglia può essere fragile.

Prima di diventare l’autore che conosciamo, Allen aveva calcato palchi minuscoli e scritto battute per altri. L’umorismo era il suo mestiere molto prima che la regia diventasse la sua casa. Negli anni Settanta, tra satire scatenate e commedie surreali, ha creato un linguaggio personale che mescolava filosofia e farsa, citazioni colte e comicità fisica. Prendi i soldi e scappa, Bananas, Il dormiglione, Amore e guerra: tasselli di un percorso che aveva già una direzione precisa.

Poi arrivò Io e Annie. Quella storia sentimentale piena di paure e analisi infinite gli diede gli Oscar e lo consacrò come autore vero e proprio. Da lì in avanti Allen ha iniziato a scandagliare temi più intimi, più cupi, più complessi: l’identità, l’arte, la nostalgia, la solitudine, il caso. Film come Interiors, Zelig, La rosa purpurea del Cairo e Hannah e le sue sorelle hanno mostrato una profondità inattesa sotto la superficie umoristica. Nel suo cinema, la salvezza arriva spesso da una risata inattesa o da una canzone jazz che improvvisamente cura un’anima in difficoltà.

Negli anni successivi la sua ricerca non si è fermata. Tra commedie brillanti (Pallottole su Broadway, La dea dell’amore) e drammi morali (Crimini e misfatti, Mariti e mogli), Allen ha attraversato epoche e stili. Poi l’Europa gli ha offerto nuove strade: Match Point, Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris, To Rome with Love. Ogni volta un nuovo tentativo di guardare la vita da un’altra prospettiva, di raccontare il caos delle scelte e delle passioni.

La sua figura pubblica, negli ultimi decenni, è stata segnata da conflitti familiari e accuse che hanno diviso pubblico e critica. Allen ha sempre negato ogni addebito, sostenendo di essere stato vittima di un processo mediatico; le inchieste che lo riguardavano non hanno portato a condanne, ma la sua immagine rimane controversa, soprattutto nell’epoca del #MeToo. Eppure, la sua filmografia – oltre cinquanta film – continua a occupare un posto di rilievo nella storia del cinema.

Nei lavori più recenti, da Café Society a Coup de chance, sopravvive la stessa domanda di sempre: come si sopravvive al miscuglio di caso, amore, colpa e desiderio che chiamiamo vita? La sua autobiografia, A proposito di niente, racconta con tono ironico un’esistenza passata tra set cinematografici, nevrosi dichiarate e ostinata voglia di capire il mondo attraverso le storie.

A novant’anni Woody Allen è ancora lì, con il suo sguardo esitante e le battute che sembrano arrivare sempre un secondo prima della malinconia. È rimasto un artigiano che lavora senza clamore, convinto che la vita, pur piena di imperfezioni e inciampi, meriti di essere osservata con un briciolo di stupore. E qualunque sarà la domanda sul tempo che passa, è facile immaginare la risposta: una battuta sussurrata, un sorriso obliquo, e l’ennesimo invito a non prendersi troppo sul serio.

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