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title: A Nollywood come a Hollywood
description: La Nigeria è il Paese in cui l’industria cinematografica è cresciuta di più negli ultimi anni. Nollywood è la seconda produttrice mondiale.
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date: 2024-04-10
modified: 2024-04-11
author: Massimo Balsamo
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categories: [Spettacoli]
tags: [esteri, film, televisione]
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# A Nollywood come a Hollywood

![Nollywood](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Nollywood.jpg)

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2024-04-06 09:56:10

2024-04-06 07:56:10

"The Old Oak" sarà (forse) l'ultimo film del regista Ken Loach che ha deciso di appendere il ciak al chiodo

Avviso per cinefili e non per forza soltanto loro: “The Old Oak” (presentato lo scorso anno al Festival di Cannes), sarà l’ultima opportunità per vedere un film di Ken Loach.

Il regista inglese – 88 anni a giugno, 60 dei quali passati dietro una cinepresa – ha annunciato in un’intervista a “Variety” di voler appendere il ciak al chiodo. Più di un addetto ai lavori avrà inizialmente accolto la notizia con sufficienza: Loach – due Palme d’Oro, un Leone d’oro alla carriera e un Pardo d’onore tra le miriadi di riconoscimenti ottenuti – non è nuovo ad annunci del genere. Ma a quanto pare neanche la traballante situazione internazionale è bastata a dissuaderlo per l’ennesima volta dal suo proposito.

Il più importante regista di realismo politico abbandona dunque i set: «Ci si ferma solo quando è assolutamente necessario e io sono arrivato al capolinea» ha detto. «L’idea di tornare a girare sul campo è forse un passo troppo lungo per me e per la mia salute».

Il fatto che smetta di dirigere non implica però che scompaia dalla scena politica: «Cerco di pensare al futuro e di non essere nostalgico. Non fare film non vuol dire che si interrompa il legame con gli studenti e con le persone che scrivono di cinema. Ci sono molte possibilità di fare cose simili al lavoro, che però non richiedono lo stesso livello di concentrazione e la stessa necessità di viaggiare».

di Valentino Maimone

Ken Loach annuncia l’ultimo ciak

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2024-04-08 12:11:08

2024-04-08 10:11:08

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2024-04-04 09:07:15

2024-04-04 07:07:15

Esce un nuovo documentario su Steve Jobs, audace, brillante e visionario. Ma anche un leader spietato e senza scrupoli

Audace, brillante, visionario. Ma anche un leader spietato e senza scrupoli, brutale. Un moderno Citizen Kane, un uomo dal grande talento ma completamente privo di empatia. Sono passati quasi tredici anni dalla prematura morte di Steve Jobs e non sono mancati libri, film e documentari per ripercorrere la sua straordinaria cavalcata alla guida di Apple. Perlopiù agiografie, con un’unica ma sontuosa eccezione: parliamo di “Steve Jobs – L’uomo nella macchina” di Alex Gibney (sabato 13 aprile alle 21,15 su Sky Documentaries e in streaming solo su Now, disponibile anche on demand), regista già premio Oscar nel 2008 con il documentario “Taxi to the Dark Side”.

Chi è veramente l’uomo con il dolcevita nero, descritto da tutti come uno dei personaggi più importanti della nostra epoca? Il lavoro di Gibney risponde a questa domanda regalando allo spettatore una biografia schietta e sincera, un esame critico dell’imprenditore di San Francisco. I valori e l’eredità di Steve Jobs permeano ancora oggi la cultura della Silicon Valley e dell’intera industria tecnologica, ma la sua vera essenza è fatta di luci e di ombre, di talento e di tirannia, di sacrificio e di cinismo.

L’impatto di Steve Jobs sulla cultura è innegabile, come testimoniato dalle immagini registrate in giro per il mondo in occasione della sua scomparsa. Dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l’Europa: milioni di persone in lutto per la scomparsa di mister Apple, volto di prodotti di successo come Macintosh, iMac, iPod, iPhone e iPad. Un trattamento speciale riservato solo a grandi artisti oppure ai più grandi attivisti per i diritti civili, basti pensare a John Lennon o a Martin Luther King. Steve Jobs era un iconoclasta coraggioso e brillante che «ha inventato tutto», come evidenziato da un ragazzino. Ma sarebbe un clamoroso errore non andare oltre.

Il documentario di Gibney analizza il percorso dell’imprenditore da un punto di vista più oggettivo e meno ottimista, accendendo i riflettori sui dossier più scomodi: il rifiuto della paternità in giovane età, il bullismo nei confronti dei reporter che mostrarono in anteprima il prototipo di iPhone 4, le manovre al limite del legale con le azioni. E ancora, lo sfruttamento dei lavoratori cinesi a bassa retribuzione e la delocalizzazione dei beni aziendali per evitare le tasse statunitensi. Poi c’è un altro aspetto che merita una riflessione: Steve Jobs è stato il frontman-narratore ideale, ma del successo di Apple va dato merito anche alle talentuose maestranze dietro le quinte, quasi mai citate nelle filippiche del leader.

L’intento del regista – indagare sentimenti e meriti di Steve Jobs con la massima imparzialità – è confermato dalle riflessioni su un’altra grande impresa di mister Apple. Il riferimento è all’enorme lavoro alla guida della Pixar, acquistata nel 1986 dopo l’addio (temporaneo) alla sua creatura: si concentrò sulla produzione di lungometraggi al computer realizzando “Toy Story” nel 1995, primo film di animazione realizzato completamente in computer grafica 3D che si aggiudicò un Oscar e decine di altri riconoscimenti in giro per il mondo. Il primo di una lunga serie di successi che hanno tracciato un solco nella storia del cinema.

di Massimo Balsamo

Steve Jobs, il magnifico tiranno

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2024-04-04 09:24:35

2024-04-04 07:24:35

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2024-04-02 13:07:30

2024-04-02 11:07:30

Quest'anno la serie "I Soprano" festeggia un quarto di secolo, ma per il suo ideatore, David Chase: "Forse non dovremmo vedere questo anniversario come una celebrazione. Piuttosto come un funerale"

Era il 10 gennaio 1999 quando le vicende del boss della mafia italoamericana Tony Soprano venivano trasmesse per la prima volta dall’emittente televisiva statunitense Hbo: era l’inizio de “I Soprano”, la serie tv che ha cambiato per sempre le regole del piccolo schermo. Arrivata in Italia nel 2001 su Canale5, quest’anno festeggia il quarto di secolo dal primo episodio vantando tuttora il primato di serie più premiata di sempre (87 riconoscimenti, tra cui cinque Golden Globes e tre Emmy Awards). Ma cosa resta di quell’attesa smaniosa tra un episodio e l’altro che generava fra i fan e di quella fortissima immedesimazione con i protagonisti che l’hanno resa un fenomeno sociale e di costume? A queste domande ha risposto l’ideatore, il 78enne David Chase, in un’intervista rilasciata recentemente al “The Times”: «Forse non dovremmo vedere questo anniversario come una celebrazione. Piuttosto come un funerale». Il riferimento è al 2023, l’anno in cui si è assistito a un massiccio calo (-14%) di sceneggiature originali trasmesse dalla tv americana, con nuovi titoli sempre più rari e molte cancellazioni tra quelli esistenti. In Italia le cose vanno meglio: la Rai ha puntato su serie tv sempre più attrattive (da “Mare Fuori” a “L’amica Geniale” fino ai recenti biopic su Mameli e Califano), contando sull’appoggio della piattaforma RaiPlay che a oggi risulta l’unico vero servizio di streaming totalmente italiano e gratuito (finalmente non più relegato a mero archivio storico). I motivi di questa inversione di rotta sono figli dei tempi e del nuovo modello di narrazione promosso dai colossi dello streaming. Dice Chase: «Siamo più inclini al multitasking. Il pubblico non riesce a tenere la mente concentrata sulle cose, quindi noi registi non possiamo fare niente che richieda al pubblico di concentrarsi più di tanto». È questo uno dei punti chiave della lotta sindacale che ha bloccato Hollywood per cento giorni: la nostra incapacità di prestare attenzione a un solo dispositivo alla volta (perché perennemente distratti dallo smartphone) sta obbligando i colossi del settore a cambiare nuovamente le regole, costringendo i registi a proporre trame sempre meno complesse che potrebbero destabilizzare il pubblico. «Se le persone guardano un episodio mentre usano il loro iPhone, beh, come narratori scrivere per un pubblico del genere diventa quasi impossibile» ha osservato la regista Justine Bateman. A questo si aggiunge il fenomeno sempre più diffuso del binge watching che porta gli spettatori a fare incetta di serie tv in rapida successione e in un lasso di tempo ristretto. L’esatto opposto della dolce pazienza richiesta da serie come “I Soprano”, in cui la trama intricata e la capacità di umanizzare con il protagonista Tony (definito il primo antieroe televisivo) venivano attese puntata dopo puntata, senza possibilità di accelerare i tempi della scoperta di segreti e colpi di scena. Un’era finita, quindi? Non del tutto. Sam Esmail, regista e sceneggiatore di alcune delle serie più amate al mondo (come “Mr.Robot” e “Homecoming”), è ottimista sul fatto che la tv continuerà ad avere un posto importante nella nostra cultura: «Tutto è ciclico. Arriverà uno show come “I Soprano”, “Breaking Bad” o “True Detective” a eccitare le masse e riportare la tv indietro nel tempo». Non ci resta che aspettare con pazienza, come la tv insegna. Di Raffaela Mercurio

"I Soprano" compie 25 anni, la serie tv che ha cambiato per sempre le regole del piccolo schermo

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2024-04-02 17:41:02

2024-04-02 15:41:02

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