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“Animals”, il grido di protesta dei Pink Floyd, 45 anni dopo

Usciva quasi mezzo secolo fa il capolavoro dei Pink Floyd che stravolse il panorama musicale, non senza creare dissidi all’interno della band. Animals è il disco denuncia di una società corrotta che ricorda per molti aspetti “La fattoria degli animali” di Orwell

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Inghilterra, 1976. La scena musicale inglese è attraversata dai forti venti punk provenienti dagli States. I Pink Floyd sono reduci dal successo planetario di “Wish you were here”, album nato tra le prime difficoltà di un gruppo di ragazzi trovatisi d’improvviso milionari e con pochi stimoli ma comunque sufficienti a mettere insieme le idee per un nuovo disco. E quale luogo migliore per i lavori se non i Britannia Row Studios, gli studi di registrazione appena inaugurati con una parte dei guadagni dei successi precedenti. Le frizioni di qualche mese prima sembravano ormai lontane e la band iniziò così a metter mano a brani nati dalla mente di Roger Waters durante il periodo di riposo post “Dark Side”, registrando le prime tracce. Fu allora che lo stesso Waters pensò a un cambiamento radicale del progetto proponendo di trasformare i testi delle canzoni filtrandoli attraverso una grande allegoria sugli animali. Il regno animale, del resto, era già stato a lungo approfondito dalla letteratura con esempi illustri come George Orwell, che ne “La fattoria degli animali” aveva descritto alcune categorie di essere umani. Alcuni componenti del gruppo vissero la sua “deviazione” interpretativa come un’imposizione, aspetto che fece ripiombare la band in un clima tutt’altro che disteso. Ma a lui, all’epoca vero motore creativo della band, poco importò. Quando si hanno da dire delle cose, si sente il bisogno quasi fisico di esternarle.

Con questa nuova spinta, il disco è destinato a diventare un nuovo concept, più crudo e diretto dei precedenti, che punta allo stomaco di una società falsa, divisa tra pecore, maiali e cani, le cui fragilità e ipocrisie sono qui messe a nudo senza mezze misure. Dal punto di vista musicale l’album è a detta di molti il punto più alto della produzione dei Pink Floyd: le sonorità, sostenute ritmicamente dal duo Waters-Mason, sposano perfettamente le cupe atmosfere dei testi, mentre le chitarre di Gilmour dipingono alcuni dei soli più intensi della sua carriera, incisi sulle taglienti tastiere di Wright. È l’ultima volta che l’alchimia del gruppo, con i limiti dei ruoli e dei contributi all’album, funzionerà così bene

L’artwork è uno dei più iconici della storia del rock: un maiale in volo sulla Battersea Powerstation di Londra, mostro industriale che agli occhi di Roger divenne perfetto simbolo per l’album, con le sue quattro ciminiere – come i quattro membri del gruppo – e la sua grottesca forma simile a un animale. Il disco fu portato in un enorme tour mondiale con uno spettacolo mai, prima di allora, così grande per la band che iniziò a risentire non poco dei live di fronte ad un pubblico rumoroso e troppo spesso lì più per il loro nome che per la loro musica. Il definitivo punto di rottura si ebbe il 6 luglio del 1977 al concerto di Montreal: Waters sputò in faccia ad un fan casinista in prima fila segnando il definitivo solco, erigendo senza più mezze misure quel muro, tra la band e il suo pubblico, che sarà il cuore pulsante del capolavoro The Wall

Animals fu pubblicato il 21 gennaio del 1977 e a distanza di 45 anni  è ancora oggi un disco senza eguali, un unicum per lucidità, genialità visionaria ed avanguardia, che mette tutti d’accordo, tranne i membri della band rimasti, persi tra divisioni di diritti e remastered mai pubblicate. 

di Federico Arduini

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