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Bad Bunny al Super Bowl, lo stile che fa politica

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All’halftime del Super Bowl LX, al Levi’s Stadium di Santa Clara, Bad Bunny ha fatto qualcosa che oggi riesce a pochi

Bad Bunny

Bad Bunny al Super Bowl, lo stile che fa politica

All’halftime del Super Bowl LX, al Levi’s Stadium di Santa Clara, Bad Bunny ha fatto qualcosa che oggi riesce a pochi

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Bad Bunny al Super Bowl, lo stile che fa politica

All’halftime del Super Bowl LX, al Levi’s Stadium di Santa Clara, Bad Bunny ha fatto qualcosa che oggi riesce a pochi

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All’halftime del Super Bowl LX, al Levi’s Stadium di Santa Clara, Bad Bunny ha fatto qualcosa che oggi riesce a pochi: usare uno dei tempi più mainstream del mondo per raccontare una storia, senza mai fermare la musica per spiegarla. Se n’è parlato ieri per tutto il giorno, ma il valore del gesto di Benito va ben oltre la cronaca o il semplice spettacolo.

Sono stati tredici minuti secchi, ma densissimi. Una sequenza continua di immagini, codici e simboli che scorrono davanti allo spettatore standogli accanto. L’apertura con le canne da zucchero va oltre la scenografia esotica. Oggi dichiarare un luogo è già un atto politico e, in questo contesto, la canna da zucchero funziona come una messa a fuoco: il luogo come spazio primario, così come il contesto, che arriva prima del gesto. Lo stesso accade quando il campo si trasforma in quartiere. Case, strade e piccoli gesti quotidiani entrano in scena e diventano protagonisti. A quel punto il gioco è chiaro, lo show sta diventando racconto.

Anche lo stile lavora nella stessa direzione. Non c’è un look da copiare, c’è una coerenza da leggere. Cappelli, silhouette ampie, volumi che danno presenza e movimenti corali, elementi semplici che, messi insieme, trasformano lo stile in codice. E non perché sia eccentrico, ma perché è consistente. Ed è la consistenza, più di ogni altra cosa, a creare appartenenza. Qui il riferimento ai pachucos funziona come chiave di lettura. I pachucos sono quella sottocultura messicano-americana nata tra gli anni Trenta e Quaranta, che aveva fatto dello stile un atto di affermazione. Avevano un linguaggio proprio, fatto di presenza pubblica e rifiuto dell’assimilazione. Non volevano stupire, volevano esistere. È lo stesso principio che attraversa la performance: rendere visibile una comunità attraverso postura, ritmo e corpo collettivo. Una grammatica che usa l’immagine per dire “ci siamo”, senza bisogno di proclami.

Sono poi gli oggetti a chiudere il cerchio. Il pallone da football con la scritta “Together we are America” prende uno dei simboli più riconoscibili della cultura americana e lo trasforma in messaggio, lasciandolo lì a circolare. È un’immagine che si memorizza in un attimo e continuerà a lavorare fuori dal campo, nei commenti, nelle letture e nelle discussioni, diventando iconica. Anche l’ingresso di Lady Gaga va letto nello stesso modo. Entra accanto a loro perché il discorso è già impostato: siamo tutti America. Non come slogan, ma come pratica. Lady Gaga canta insieme, indossa abiti coerenti con l’impianto visivo e si inserisce nello spazio senza sovrastarlo. È una presenza che attraversa una cultura con rispetto, senza trasformarla in travestimento o citazione forzata. Alla fine dello show arrivano entusiasmi, fastidi e polemiche. Fa parte del pacchetto. E le controculture hanno sempre avuto un radar infallibile: quando non piace a chi presidia il centro, di solito significa che il margine ha parlato chiaro.

di Serena Parascandolo

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