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title: "Festival del Cinema di Berlino, va in onda &#8220;Blackberry&#8221;"
description: Tratto dal libro “Losing the Signal” presentato a Berlino, il film canadese “Blackberry” racconta la nascita dello smartphone
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date: 2023-02-21
author: Valentina Vignoli
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categories: [Spettacoli]
tags: [Cinema, Evidenza]
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# Festival del Cinema di Berlino, va in onda &#8220;Blackberry&#8221;

![Blackberry](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2023/02/Evidenza-sito-213.jpg)

Tratto dal libro “Losing the Signal”, il film canadese “Blackberry” presentato a Berlino racconta la nascita dello smartphone

Berlino – Immaginate un mondo dove non si possono inviare messaggi WhatsApp, Facebook non esiste e l’unico *computer* a disposizione è un *monitor* che occupa mezza scrivania.** Non si tratta di una realtà distopica, ma solo di venti anni fa**. Tratto dal libro “Losing the Signal” di Jacquie McNish e Sean Silcoff,** il film canadese “Blackberry”** – diretto e interpretato da Matt Johnson,[in concorso per l’Orso d’oro alla 73° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino](https://laragione.eu/life/spettacoli/superpower-di-sean-penn-e-un-film-damore-non-di-guerra/) – racconta la nascita del BlackBerry e dello strumento che ha trasformato la nostra realtà e il nostro modo di comunicare: **lo *smartphone*.**

1996, Waterloo, Ontario. Mike Lazaridis (interpretato dal comico Jay Baruchel) e Dough (il regista Johnson) sono due giovani geni informatici. Quando Jim Baslillie (un tagliente Glenn Howerton), **squalo delle imprese *hi-tech*, si rende conto del prodotto rivoluzionario che i ragazzi hanno sottomano**, le loro vite cambiano radicalmente. Il tono comico, **particolare perché nutrito da sfumature di una tensione crescente, sfocerà in intensità drammatica.**

La storia della nascita dell’azienda Blackberry **viene raccontata in questo lungometraggio diretto come se si trattasse di un finto documentario**. Vestito come il personaggio che interpreta nel film (con tanto di fascia colorata sulla fronte), **Matt Johnson ha portato alla conferenza stampa tutta l’energia del *set***. «I produttori mi avevano sconsigliato di recitare nel film ma Jay Baruchel non avrebbe accettato la parte se non mi fossi messo in gioco con lui. **È stata una bella esperienza**, interpretare un personaggio mi ha permesso di dirigere gli attori in modo molto spontaneo». Il regista ha precisato che il film è stato girato con degli obiettivi 50/500 mm («quelli usati dalla “National Geographic” per riprendere gli animali nei loro *habitat* naturali») e che gli operatori si sono tenuti ben distanti dagli interpreti,** lasciando lo spazio necessario per permettere ai comici quella libertà artistica che lui stesso desiderava.**

Il ritmo frenetico,** quasi caotico ma assolutamente funzionale all’universo rappresentato**, è reso proprio dai movimenti di macchina che – uniti a un montaggio incalzante – proiettano lo spettatore tra le mura degli uffici che hanno trasformato i rapporti sociali. **Johnson ha infatti sottolineato che non si è trattato tanto di una scelta estetica**, quanto di un vero e proprio strumento, una tecnica che ha permesso una scioltezza visivamente sorprendente. «**Amo l’estetica del finto documentario**» ha confidato. «Sentire che c’è qualcuno dietro la macchina da presa permette di vedere il film su due piani diversi: ciò che mi viene mostrato e l’intelligenza dell’osservatore che sta riprendendo.** Si può giocare con gli spettatori**, spostando l’attenzione su oggetti particolari o sguardi inaspettati attraverso lo zoom».

**L’impero dello *smartphone* BlackBerry viene rimpiazzato dall’iPhone** (letteralmente “io telefono”), uno schermo senza tasti. **Se ci soffermiamo sulle parole scelte**, la transizione tecnologica rispecchia perfettamente il sapore dei tempi, dove non abbiamo più tasti che ci illudono di poter controllare la realtà ma siamo completamente rapiti, inghiottiti da uno schermo, **con un pizzico di individualismo che il prodotto Apple evidenzia con una i minuscola**.** Il film cristallizza un momento liminale**, il passaggio tra il vecchio e il nuovo mondo, contando sempre sul fatto che lo sguardo dello spettatore sia contemporaneo e sappia già perfettamente come andrà a finire: un gioco, nel vero senso della parola, che diverte e fa riflettere.

di *Valentina Vignoli*
